San Geminiano

San Geminiano, patrono di Modena

Un professore di storia medievale e grande esperto di santi raccontava che poche città italiane possono vantare un legame così forte con il proprio Santo patrono come Modena. Delle sue origini non conosciamo tanto ma la tradizione vuole che Geminiano sia nato vicino a Modena, nei pressi dell’attuale Cognento nel lontano 313 circa, da una famiglia modesta probabilmente già cristiana in una terra dove ancora il paganesimo corrotto imperava. Le scarne cronache lo dipingono come una persona forte, di grande levatura morale, benvoluto da tutti e dalla vita austera ed esemplare. Alla morte del vescovo Antonino, il popolo, entusiasta, lo acclamò come nuovo capo della chiesa modenese. L’umile Geminiano, spaventato per il consenso ricevuto, tentò la fuga nelle vicine campagne ai confini della città. Si nascose nei boschi, in prossimità dell’attuale località di Saliceta, dove ancora oggi in via Cadiane è presente un antico e piccolo oratorio a ricordo del suo isolamento. Dopo giorni di ricerche, Geminiano venne scoperto dalla popolazione festante e riportato in città dove venne consacrato vescovo in un clima di grande gioia ed esultanza. Il suo episcopato durò oltre 40 anni all’insegna della diffusione del Cristianesimo. Una esistenza trascorsa nelle terre di Modena, sempre accanto al proprio popolo e conclusa in un freddo e triste 31 gennaio del 397. San Geminiano è ricordato come grande taumaturgo, esorcista e in assoluto come protettore della città di Modena sia dagli eserciti stranieri del passato che dalle inondazioni dei vicini fiumi Secchia e Panaro. Numerosi sono i miracoli attribuiti a San Geminiano, tra i più noti si narra di un episodio in cui, un fanciullo cadde dalla torre Ghirlandina, e miracolosamente venne preso per i capelli proprio dal Santo che lo adagiò incolume a terra. Il Duomo di Modena è diventato dal 1106 la casa di San Geminiano, dove riposano le sue spoglie in una suggestiva cripta e dove è conservata la pietra sacra, un vero e proprio altarino portatile, su cui il Santo celebrava il rito liturgico nelle sue missioni apostoliche.
L’omaggio del popolo modenese si rinnova ogni 31 gennaio, data della sua morte, attraverso una viva partecipazione e preghiera sia in Duomo che presso il Santuario di Cognento e alla vicina fonte miracolosa, dove pare proprio sia nato l’amato Geminiano.

La Regina nata sotto la Ghirlandina

Maria Beatrice d'Este, regina d'Inghilterra

Durante il periodo in cui Modena fu ducato estense, la città diventò un importante  crocevia anche di affari politici europei. Proprio in questo contesto si deve leggere l’incredibile storia di Maria Beatrice d’Este, figlia del duca Alfonso IV e di Laura Martinozzi.

Maria Beatrice nacque nel Palazzo Ducale di Modena il 5 ottobre del 1658. Complice  una rigida educazione ricevuta presso il vicino monastero della Visitazione, la giovane nobile, forte di una profonda religiosità, appariva votata ad una vita monastica dedita a preghiere e penitenze. La politica o meglio la ragion di Stato non permise tutto questo e per la nostra Maria Beatrice arrivò il trono di regina consorte d’Inghilterra e Scozia. Artefice di tutta questa operazione, il re di Francia Luigi XIV conosciuto anche come il Re Sole, che, appoggiato da papa Clemente X, voleva il ritorno del Cattolicesimo in Inghilterra. Per fare questo decise di fare sposare l’attempato e vedovo  principe cattolico di York, Giacomo di Stuart, erede al trono, con una giovane  donna cattolica e di un casato amico e prestigioso; la scelta cadde proprio su Maria Beatrice da Modena.
A nulla valsero le opposizioni della giovane, in principio sostenute anche dalla madre, le pressioni del papa furono tali che la giovanissima nobile accettò la sua missione, suo malgrado. Le nozze, su procura, avvennero a Modena nel 1673 in un clima privo di festeggiamenti e sfarzo a cui fece seguito la partenza per Parigi e l’arrivo in terra inglese.
Per Maria Beatrice i primi tempi furono davvero difficili, tra continue congiure, maldicenze e tradimenti da parte del marito. Solo ad  incoronazione avvenuta nel 1685 i rapporti migliorarono e la neo regina dal carattere mite si distinse per cultura, fascino e personalità. Il popolo inglese, legato alla religione protestante, però mal sopportava un re cattolico e nel 1688 si ribellò; al re Giacomo II non rimase che la via dell’esilio a St. Germain en Laye presso Parigi.
Nel 1701, alla morte di Giacomo II, Maria Beatrice assunse la reggenza per l’amato figlio Giacomo Francesco, spronandolo a riportare la dinastia Stuart sul trono d’Inghilterra. Da Londra fu proposto il trono al giovane erede, a patto di una sua conversione alla religione protestante; Maria Beatrice e il figlio rifiutarono con sdegno.
Maria Beatrice morì in Francia il 7 maggio 1718 e fu sepolta accanto al marito Giacomo II, ultimo re cattolico d’Inghilterra.
Ricordata dagli inglesi come Mary of Modena, Maria Beatrice è stata una regina dai grandi valori umani; una grande modenese protagonista nella storia d’Europa.

 

 

La porta del lambrusco

Il grappolo gigante di Lambrusco

Da sempre Modena è strettamente legata al vino Lambrusco; un binomio così forte a tal punto che, in antiche cartoline, la sua nera bottiglia è affiancata alla tanto amata torre Ghirlandina, l’altro simbolo dei modenesi.
Proprio per questo il Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi , nella sua attività di tutela e promozione, ha proposto e ideato, con la collaborazione della Camera di Commercio di Modena, una splendida opera artistica, simbolo di questo legame indissolubile.
Progettata e realizzata dall’artista modenese Erio Carnevali, l’opera è di notevole impatto e rappresenta un grande grappolo di uva lambrusco, con leggera inclinazione, alto dodici metri e largo all’incirca sei metri nella parte superiore. Sistemata in uno dei principali punti di accesso alla città, al centro della rotatoria tra via Vignolese e strada Nuova Estense, l’opera si compone di ben 240 acini di vetro soffiato prodotti da abili artigiani di Murano, tutti di diverso diametro e forma, completano la creazione le grandi foglie di rame, di varie dimensioni,  che ricordano le tinte dell’autunno nella campagna modenese. I colori degli acini rispecchiano la naturalezza dell’uva ma propongono anche trasparenze che, in particolari momenti della giornata, assumono sfumature e riflessi tali che rendono tutta l’opera leggera e carica di emozioni.
Un grande grappolo per ricordare un vino unico al mondo che sta ottenendo enorme successo e per valorizzare un territorio e i suoi abitanti fortemente legati alle proprie tradizioni e ai suoi prodotti di eccellenza; questa è la Terra del Lambrusco!

La fotografia è stata messa a disposizione dal Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi

Enzo Ferrari di Simone Marcuzzi

Una bella immagine di Enzo Ferrari, uno dei simboli di Modena

Simone Marcuzzi ( Pordenone, 1981 ) ha pubblicato la raccolta di racconti ” Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele “ ( Zandegù, 2006 ) e il romanzo “Vorrei star fermo mentre il mondo va “ ( Mondadori, 2010 ) vincitore del premio Zocca Giovani 2011.
Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge.
L’omaggio ad Enzo Ferrari è tratto dalla sua ultima opera, appena pubblicata,
” 10 italiani che hanno conquistato il mondo  ” ( Laurana editore, 2011).

 

La storia del successo professionale di Enzo Ferrari ha tratti di somiglianza con altre avventure di conquista del mondo industriale che si stava facendo. E’ pioneristica, suggestiva, letteraria.
In gioventù Ferrari si dedica alla carriera agonistica come pilota e la porta avanti con alterna fortuna – e con una pausa intermedia a causa di una forte depressione – dal 1919 al 1931 ( anno di nascita del suo primo figlio Dino ). Già nel 1929 capisce però la sua vera ambizione e apre la scuderia Ferrari, squadra corse collegata all’Alfa, di cui faranno parte tra gli altri Nuvolari, Varzi e Campari. Nel 1938 Ferrari viene nominato direttore sportivo della casa milanese, ma l’esperienza è breve, i rapporti con il direttore generale sono complicati e lo portano a lasciare l’incarico e tornare nella sua Modena, dove fonda l’Auto Avio Costruzioni.
Costruisce motori di vario genere, macchine utensili, ma non auto, perché un impegno contrattuale con l’Alfa gli impedisce per quattro anni di lanciare vetture denominate Ferrari. Arriva la guerra, il necessario trasferimento a Maranello e, nel 1947, la nascita della Scuderia Ferrari come ragione sociale con la vendita dei primi esemplari, sette.
La Ferrari partecipa da subito alle corse e al nascente Campionato Mondiale di Formula 1 ( prima edizione nel 1950, è l’unica scuderia ancora attiva ad avervi partecipato ). Nel 1951 per la prima volta un pilota Ferrari, Gonzales, batte un’ Alfa. La leggenda è appena agli albori, nel 1952 Alberto Ascari vincerà il titolo mondiale, subito replicato l’anno successivo, e molti altri ne verranno, ma ciò che differenzia Enzo Ferrari dalla maggioranza dei cavalieri dell’industria sta tutto nella frase di emozioni contrastanti pronunciata dopo la prima vittoria di Gonzales. “ Ho ucciso mia madre “, dice piangendo di gioia, riferendosi all’Alfa, cui doveva la sua esperienza e preparazione.
Quei tempi d’oro appaiono oggi molto distanti.
L’unico a dimostrare vera indifferenza al fascino Ferrari è proprio chi gli ha ceduto il nome ( a convincere Enzo Ferrari, orientato a chiamare la prima macchina tutta sua Mutina, è l’amico avvocato Enzo Levi. “ Giacchè ti senti così convinto di riuscire devi darle il tuo nome “ ).
Ecco il punto. Enzo Ferrari è fondamentalmente un uomo triste, quasi pessimista.
Definisce la vita “ un ansimante cammino “ e la paura “ tutto ciò che ci circonda”. Si concede poco alla vita mondana, non frequenta locali pubblici, teatri, circoli, cinema, guadagnandosi la fama di uomo inattaccabile e “ abbastanza strano “. Pensa di aver avuto tante cose sproporzionate ai suoi meriti e di essere stato privato di sentimenti consolatori, di affetti essenziali che, potendo scegliere, avrebbe anteposto a qualsiasi altro risultato. La morte in effetti gli cammina al fianco da molto presto: il padre, lavoratore instancabile che gli insegnerà l’importanza dell’ordine e delle annotazioni, muore all’alba del 1915 per una bronchite diventata polmonite. Nel 1916 tocca al fratello Alfredo, colpito da una malattia incurabile. Nel 1917 Enzo viene arruolato nell’artiglieria alpina, si ammala due volte di pleurite e trascorre giornate interminabili a spiare dalla finestra un mondo all’improvviso distante e nottate angoscianti ad ascoltare il suono delle casse da morto di chi non ce l’ha fatta che vengono inchiodate.
Anni dopo, nel 1956, muore anche il figlio Dino, ingegnere laureato in Svizzera e suo interlocutore preferenziale in azienda. Durante la sua malattia, Enzo ammetterà in seguito di aver meditato il suicidio. Persino quando la vita tenta in qualche modo di sdebitarsi Ferrari si dimostra impreparato alla felicità. Nel 1960 l’università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in ingegneria e il sentimento prevalente durante la cerimonia è l’imbarazzo, al pensiero che lo stesso riconoscimento era andato a Guglielmo Marconi, uno dei più grandi geni del secolo.
Enzo Ferrari non è uomo da celebrazioni.
Va in ufficio anche la domenica, fino alle 13, viaggia poco per seguire le corse, sconsigliato dalla cronica paura dei treni, degli aerei e degli ascensori ( dimostrando così una fiducia nella tecnica bizzarra e selettiva ), e non si concede mai ferie: le più belle vacanze sono quelle in officina. Solo, tormentato, sembra lottare per dare forma alla bellezza che gli è stata negata nella vita, in un desiderio di riscatto troppo impegnativo da sostenere e tramandare ( “ Preferirei il silenzio, se potessi direi : dimenticatemi. Quello che ho fatto, l’ho fatto solo per me, e se qualcuno ne ha ricavato beneficio, mi tranquillizza, ma non si è trattato di una conseguenza. Il punto di partenza era una faccenda del tutto personale “, confida in un’intervista a Enzo Biagi ).

La cripta di San Geminiano

La tomba di San Geminiano

Situata proprio dietro l’altare maggiore, scesi pochi gradini, ecco la cripta del Duomo; un luogo particolarmente caro a tutti i modenesi. E’ dal 30 aprile del 1106 che in questo luogo riposano le sacre spoglie di San Geminiano, il santo patrono considerato il vero simbolo di Modena.
La cripta è una vera e propria chiesa sotterranea a nove navate rimasta inalterata dal momento della sua costruzione avvenuta tra il 1099 e il 1106; solo la parte con il sepolcro del Santo ha avuto modifiche nel 1700. Il soffitto è a volte, sorretto da 32 colonne sormontate da capitelli in stile romanico-bizantino, tutti differenti per forma e dimensioni, realizzati in parte dallo scultore Wiligelmo e dalla sua scuola. In essi sono rappresentati tanti simbolismi medievali come foglie, intrecci a canestro, leoni, animali fantastici, e storie della cristianità.
Nella cripta, sul lato destro, si trova un gruppo di terracotta dipinta ad opera di Guido Mazzoni eseguito nel 1480 che rappresenta la Sacra Famiglia a grandezza naturale. Tale opera è chiamata Madonna della pappa, perché si può notare che una delle figure presenti soffia su una ciotola che contiene la pappa per il divin bambino.
Spostandoci al centro ecco un piccolo altare  e proprio dietro è collocato  il sarcofago di marmo scavato, sostenuto da cinque piccole colonnine romaniche, ove riposa il corpo del Santo.  Geminiano, vescovo di Modena,  morì il 31 gennaio 397 e venne deposto proprio in questo sarcofago con gli oggetti a lui più cari ovvero il pallio e un piccolo altare portatile di pietra dove celebrava l’Eucarestia nei suoi viaggi.  Alla riapertura del sarcofago avvenuta nel 1106 alla presenza di Papa Pasquale II e della contessa Matilde di Canossa, quest’ultima prelevò la Sacra pietra e la fece impreziosire con fine opera di cesello. L’Altarolo di Modena è l’unico esemplare che sia rimasto in Italia ed è custodito nel vicino Museo, attiguo alla Cattedrale.
Il  31 gennaio di ogni anno, festa del Patrono, la lapide di copertura della tomba viene rimossa per la tradizionale devozione delle povere spoglie del Santo di tutti i modenesi, da sempre molto legati alla sua figura ed alla sua protezione.

La Bibbia di Borso d’Este

La Bibbia di Borso d'Este riprodotta dalla Panini

 

L’arrivo della corte Estense da Ferrara, nel 1598, non portò solamente grande  prestigio politico per la città di Modena nuova capitale. La dinastia Estense, per fasto e magnificenza, non aveva nulla da invidiare alle altre corti rinascimentali europee e proprio per questo che arrivarono con essi anche le loro grandi e ricche collezioni d’arte, a cominciare dalla Biblioteca Estense.

Questa importante raccolta comprende rari manoscritti, libri miniati e preziosi codici che ancora oggi sorprendono per la loro bellezza e raffinatezza tra i quali la famosa Bibbia di Borso d’Este, riconosciuta come un capolavoro assoluto del Rinascimento italiano.

L’opera, commissionata dal principe Borso, si compone di 1200 pagine in due volumi di pergamena conciata a Bologna e realizzata tra il 1455 e 1461 a Ferrara da i migliori miniaturisti del tempo quali Taddeo Crivelli e Franco dei Russi della scuola ferrarese.

Le sue pagine si caratterizzano per una grande ricchezza di immagini splendidamente colorate, decorazioni e cornici di ogni genere che avvolgono il testo in un connubio di assoluta bellezza. Il testo è scritto nel carattere gotico su due colonne dal calligrafo milanese Pietro Paolo Moroni. Da non dimenticare i tanti simbolismi presenti nell’opera completata dalla presenza di numerosi motivi mitologici e araldici strettamente legati alla casata Estense.

Con la fine del dominio estense nel 1859, i volumi seguirono la corte di Francesco V a Vienna. Finita nelle mani di un antiquario parigino, la Bibbia fu acquistata nel 1923 dall’industriale Giovanni Treccani, il padre della famosa enciclopedia italiana, per la somma stratosferica di 5 milioni delle vecchie lire e donata allo Stato Italiano che ne decretò il ritorno a Modena fra tante polemiche e  invidie di Ferrara e Roma che ne reclamavano il possesso. Da allora la Bibbia di Borso d’Este è custodita tra i tesori della Biblioteca Estense proprio come ai fasti di Modena capitale.

Recentemente la Franco Cosimo Panini Editore ha riprodotto in maniera pressoché perfetta questa straordinaria Bibbia in una pregiata edizione a tiratura limitata.

Modena e i fumetti

Il detective Nick Carter e i suoi fidati collaboratori

Modena è riconosciuta come città dalle tante eccellenze, operosa e industriale di fama mondiale, ma è anche la città che non ti aspetti; geniale, ricca di talento, fantasia e creatività; infatti non tutti sanno che è proprio sotto la Ghirlandina che tra gli anni 60 e 70 nasce una vera e propria scuola di animazione e di fumetto.
Se Modena è anche questo, grande merito va dato a Paolo ( Paul ) Campani ritenuto il capostipite della cosiddetta scuola modenese del fumetto.
Paul Campani, modenese di via Balugola, classe 1923, è disegnatore professionista con la grande passione per i fumetti americani degli anni 30. Negli anni 50 Paul Campani intuisce la potenzialità dell’animazione del fumetto e nel 1954 fonda la Paul film, casa di produzione di disegni e cortometraggi. Nel 1957 una giovane Rai Radiotelevisione Italiana inizia la trasmissione di Carosello, epocale programma di pubblicità commerciale. E’ il successo di Paul Campani e delle sue produzioni made in Modena.
Angelino, Toto e Tata, Riccardone, Miguel, Gigino il pestifero e soprattutto l’omino con i baffi della Bialetti, non sono solo cartoni animati ma diventano vere e proprie icone televisive ancora vive nei ricordi di molti di noi. Modena diventa così la capitale italiana dell’animazione e dei cortometraggi animati. Nel 1977, con la fine di Carosello si conclude purtroppo l’epopea della Paul Film ma non finisce la creatività modenese che nel frattempo aveva già presentato talenti come Secondo Bignardi ( ex collaboratore di Paul Campani ) e Guido de Maria protagonisti già nel 1972 della altrettanto fortunata trasmissione ” Gulp! ” fumetti in tv. Il successo fu clamoroso tanto che dal 1977 al 1981 il programma si trasforma in ” Supergulp ! ” con una durata maggiore e proponendo nuovi personaggi e nuovi autori su tutti Franco Bonvicini, in arte Bonvi.
Bonvi è la perfetta espressione di un talento geniale unico, scanzonato ed irriverente come i suoi personaggi a partire dal detective Nick Carter con i suoi fidati Patsy e Ten ( in collaborazione con Guido de Maria ), dalla satira antimilitare delle Sturmtruppen, disastrate truppe germaniche fino ad arrivare a Cattivik, sfortunato criminale nostrano, parodia del famoso Diabolik il ladro in calzamaglia. Dalla scuola di Bonvi nascono allievi altrettanto bravi e degni di continuare la tradizione modenese del fumetto, ecco quindi Guido Silvestri, creatore di Lupo Alberto, un insolito lupo fidanzato con una dolce gallina di nome Marta, Claudio Onesti in arte Clod, Massimo Bonfatti e Cesare Buffagni.  Da non dimenticare anche Claudio Nizzi, autore e sceneggiatore del più conosciuto cowboy del fumetto italiano: Tex Willer.
Come si può ben vedere le radici del fumetto a Modena sono ben radicate da tempo, quasi avessero trovato, proprio nella città della Ferrari e del bel canto il loro habitat naturale.

La Porta della Pescheria

La porta della pescheria

Entrati da corso Duomo, percorriamo la piccola ma affascinante via Lanfranco, costeggiando le grandi bianche pareti della Cattedrale, per arrivare alla bellissima porta della pescheria, unico accesso sul lato settentrionale del Duomo. Il suo nome deriva probabilmente dalla vicinanza dell’antico banco per il commercio del pesce in una Modena di epoca medievale. La porta della pescheria è opera della scuola di Wiligelmo ed è stata scolpita indicativamente tra il 1110 e il 1120 circa. Come per tutto il Duomo, vero e proprio libro di pietra per il popolo analfabeta, anche questa particolare opera è ricca di significati ed allegorie. Caratteristica comune di tutti i portali del Duomo si notano gli stipiti squadrati, l’architrave che sorregge una lunetta semicircolare e i leoni stilofori simbolici guardiani  all’accesso in chiesa. Varie sono le immagini e le decorazioni che si susseguono tutte associate a moniti eloquenti ben precisi, in particolare notiamo scene riprese dalle antiche favole di Fedro con animali e bestiari in genere. All’interno degli stipiti è possibile ammirare il calendario suddiviso per mesi con i vari lavori stagionali legati alla campagna, indispensabile fonte di sostentamento per l’uomo del tempo. Particolarmente interessante è il contenuto dell’archivolto dove viene rappresentato il ciclo cavalleresco bretone della storia di re Artù, in particolare la spedizione per salvare la principessa Ginevra. E’ da notare che questa opera raffigura per la prima volta in assoluto l’epopea e il mito arturiano ben prima che questo venga trascritto su carta  e diffuso in tutto il mondo occidentale. Si conferma, ancora una volta, l’importanza della tradizione orale dei pellegrini viaggiatori come forma di diffusione di notizie e leggende nel continente europeo. La porte della pescheria, per i contenuti delle sue rappresentazioni, viene considerata come la porta di ingresso della Cattedrale riservata al popolo.

 

Il Palazzo Ducale di Modena

la facciata di Palazzo Ducale

Nella sua lunga storia Modena raggiunge il massimo splendore nel Seicento diventando capitale dello Stato Estense .
Nel 1598 il duca Cesare trasferì da Ferrara a Modena la residenza della corte Estense, dando così prestigio e benessere alla città geminiana.
Il vecchio castello esistente, le cui origini risalgono al 1288, mal si sposava con le esigenze di una corte raffinata e amante del lusso come quella estense. E’ proprio sull’antico maniero che il nuovo duca Francesco I , nel 1634, inizia la costruzione di una nuova dimora, affidando il compito all’architetto Vigarani prima e a Bartolomeo Avanzini poi .
Il risultato è davvero eccellente con una costruzione dalle caratteristiche barocche importanti che ancora oggi viene ammirata come uno degli esempi italiani più prestigiosi di questo stile particolare.
La sua lunga facciata con corpo centrale sopraelevato e due torrioni alle estremità è imponente; le grandi finestre, decorate da balaustre con statue, danno direttamente su Piazza Roma ora degli Estensi nel cuore del centro cittadino. Dalla porta centrale si accede al Cortile d’onore e quindi al suggestivo Scalone d’onore che conduce direttamente alle eleganti sale della Corte Estense.
Arrivati nei piani superiori ecco il Salone d’Onore con il suo soffitto affrescato nel Settecento dal Franceschini, a seguire altre sale tutte riccamente decorate. Merita una particolare citazione il famoso Salottino d’oro, ovvero lo studio di lavoro del duca Francesco III, che nel 1756 lo fece arredare con pannelli interamente rivestiti di oro zecchino; una ulteriore testimonianza dello sfarzo della corte Estense.
Con la fine del Regno Estense avvenuta nel 1859, con l’abbandono del duca Francesco V , si conclude la storia di Modena capitale e della sua corte dopo tre secoli di splendore, lasciando però in eredità alla città monumenti ed opere di grande valore.
Dal 1947 il Palazzo Ducale è diventato la sede della prestigiosa Accademia Militare dell’esercito italiano.
All’interno del Palazzo Ducale è possibile visitare la preziosa Biblioteca e il Museo storico dell’Accademia con cimeli delle guerre risorgimentali e delle due guerre mondiali.
Ogni anno il Palazzo Ducale ospita la suggestiva cerimonia del giuramento degli allievi ufficiali e alcuni concerti durante il festival delle bande militari che si svolge a Modena nel mese di luglio.

La Ghirlandina

Il Duomo e la Ghirlandina

Da qualsiasi direzione si provenga, al visitatore in procinto di arrivare a Modena, al proprio orizzonte appare ben visibile la Torre Ghirlandina; inconfondibile per la sua sagoma e simbolo indiscusso della città di Modena.
Costruita assieme alla Cattedrale e ad essa collegata con due archi, la Torre Civica conosciuta come Ghirlandina è alta 88 metri. Nonostante sia stata edificata in due momenti storici, la Torre mantiene una certa armonia nella sua forma. La prima parte è innalzata su cinque piani a pianta quadrata, tipica del romanico, grazie all’opera dell’architetto Lanfranco e allo scultore Wiligelmo ovvero i costruttori dell’attiguo Duomo, la seconda parte, in stile gotico con l’introduzione della caratteristica punta ottagonale, da Arrigo da Campione tra il 1261 e il 1319.
Fino al secolo XVI era chiamata  “ Torre di San Geminiano “ poi diventata Ghirlandina, probabilmente grazie al doppio giro di ringhiere, sulla sua punta, che la incoronano quasi come ghirlande.
Da sempre orgoglio degli abitanti di Modena, la torre inizialmente fungeva da campanile al Duomo, poi torre di difesa e torre comunale adibita a conservare  denari e documenti della città. Per anni la Ghirlandina è stata la dimora della nota “ Secchia rapita “ ovvero un secchio di legno simbolo della antica guerra nel Trecento tra bolognesi e modenesi.
La leggenda lega la Ghirlandina ad un miracolo di San Geminiano, patrono della città, che intervenne salvando un bambino caduto dalla torre, afferrandolo per i capelli e adagiandolo a terra incolume.  Purtroppo non fu così nel 1938, per l’editore modenese Angelo Fortunato Formiggini che si gettò dalla torre in segno di protesta contro le assurde leggi razziali dell’epoca di Mussolini.
Dal 1997 la Ghirlandina, con il Duomo e Piazza Grande, è stata inserita dall’Unesco nell’elenco dei luoghi Patrimonio Mondiale dell’Umanità.