Il prosciutto crudo di Modena

Il prosciutto crudo di Modena

Nelle terre di Modena, come in tutta la Pianura Padana, l’allevamento del maiale risale a tempi molto lontani; infatti è a partire dall’età del bronzo che l’amico quadrupede ha iniziato a dimorare in queste zone e a renderne felici i suoi abitanti. I primi documenti testimoniano che le popolazioni celtiche furono le prime a praticare la conservazione della carne sotto sale; gli Etruschi e gli stessi Romani amavano particolarmente i banchetti con le saporite carni del maiale. Non stupisce quindi che la tradizione sia proseguita nei secoli facendo diventare Modena e la sua provincia la capitale assoluta della lavorazione delle carni suine con una spiccata vocazione per l’arte salumiera; a Castelnuovo Rangone si può ammirare un inedito monumento al maiale  considerato simbolo anche del benessere economico di tutta la zona.

Il prosciutto crudo di Modena rappresenta uno dei prodotti enogastronomici più pregiati della provincia modenese. E’ ottenuto dalla lavorazione e stagionatura delle cosce posteriori fresche di suini di razza bianca pregiata, selezionati e controllati fin dalla nascita.

La zona di produzione del Prosciutto di Modena corrisponde alla fascia collinare ed alle valli che si sviluppano attorno al bacino oro-idrografico del fiume Panaro e che partendo dalla fascia pedemontana non supera i 900 metri di altitudine, comprendendo anche i territori delle province di Bologna e Reggio Emilia.

Dal 1990 il prosciutto di Modena ha ottenuto il riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta; un risultato importante per la tutela da frodi ed imitazioni, garantito da un attento disciplinare che lo segue in tutte le fasi della lavorazione.

Il suino deve essere nato, allevato e macellato in determinate regioni italiane secondo regolamenti ben precisi che ne stabiliscono anche alimentazione e metodologie di macellazione. Il maiale ritenuto idoneo deve essere all’incirca di 160 kg di peso vivo.  Normalmente le cosce fresche hanno un peso di circa kg. 11 – 12, per raggiungere un peso del prosciutto a fine stagionatura pari a 8 – 9 kg. La lavorazione del prosciutto di Modena inizia con la rifilatura della coscia fresca, con l’eliminazione del grasso in eccesso e di parte delle cotenne. Il prosciutto assume così la sua forma caratteristica a pera, pronto per iniziare la fase della salatura, ovvero cosparso di comune sale ( cloruro sodio ). Una buona salatura conferirà un equilibrato sapore sapido ma non salato. Normalmente la salatura viene ripetuta 2 volte prima di dare al prosciutto il meritato riposo in apposite stanze a temperatura ed umidità controllata per circa 60 giorni, il tempo necessario per l’assorbimento omogeneo del sale.

Conclusa questa fase il nostro giovane prosciutto viene lavato, asciugato e riposto in ambienti particolari per la stagionatura conclusiva che dura almeno 12 – 14 mesi. Durante questa fase avviene anche la “ sugnatura “ o stuccatura ovvero la copertura delle parti scoperte del prosciutto con la sugna, un preparato a base di strutto, sale, pepe e derivati di cereali che ha lo scopo di proteggerlo dagli agenti esterni. Solo a conclusione di questa ultima fase avverrà la marchiatura a fuoco, sulla cotenna, con il sigillo del Consorzio di Tutela e con un numero corrispondente alla azienda produttrice, il tutto per garantire la rintracciabilità del prodotto stesso in nome di una elevata qualità.

 

La crescentina

Conosciuta anche con il termine di tigella, definizione impropria ma ormai di uso comune, la crescentina rappresenta uno dei prodotti più conosciuti e diffusi dell’Appennino modenese.
Un piatto semplice, povero di ingredienti ma che rappresenta il simbolo della cucina montanara locale.
Le sue origini sono molto antiche, pare risalgano almeno al periodo medievale. Anche il grande imperatore Federico II le conosceva molto bene ed le apprezzava al tal punto da inserirle nei propri ricettari imperiali !
Nella tradizione modenese le crescentine trovano un perfetto abbinamento con la rinomata  ” cunza ” ovvero un condimento appositamente preparato, utilizzato anche per i borlenghi.
La cottura delle crescentina in passato avveniva vicino al fuoco del camino domestico, su agili dischetti di terracotta ( chiamati tigelle ) tra loro sovrapposti, intramezzati dalle crescentine crude e ricoperti con una foglia di castagno per parte.
Da notare che le cosidette tigelle sono ottenute impastando argilla con terra di castagneto resistente alle alte temperature e che spesso sul lato esterno sono presenti incisioni, che verranno così riprodotte anche sul dorso delle crescentine a fine cottura.
Tra i simboli di queste incisioni è facile trovare le iniziali della famiglia o del casato oppure la rosa celtica a sei punte.
Con l’avvento della tecnologia le antiche pietre refrattarie sono state sostituite da moderne piastre di ghisa, più capienti e più veloci nella cottura ma con sapori sicuramente meno gustosi del passato.

Ingredienti per quattro persone:

gr. 500 di farina bianca tipo OO
gr.  50 di lievito di birra
sale q.b.
latte intero

per condire  ( cunza )

gr. 50  lardo di maiale
nr. 1    spicchio d’aglio
nr. 1    rametto di rosmarino
parmigiano-reggiano

 

Procedimento:

Impastare a lungo la farina con acqua, il lievito sciolto nel latte e il sale.
Ottenuta una pasta omogenea, stenderla con il matterello e ricavare dei dischi utilizzando un bicchiere.
A parte preparare il lardo aggiungendo aglio e rosmarino per il tradizionale condimento, alla quale andrà aggiunto successivamente una bella spolverata di parmigiano-reggiano grattugiato.
Predisporre i dischi così ottenuti in una piastra di ghisa e completare la cottura.
Servire le crescentine calde accompagnate da salumi affettati, formaggi, condimenti vari come cacciatora di pollo o di coniglio, salsiccia in umido.
Ideale compagno per il banchetto un buon bicchiere di rosso Lambrusco.

Il borlengo

Il termine borlengo deriva probabilmente da ” burla ” in quanto la tradizione vuole che sia un piatto caratteristico del carnevale, nato quasi per scherzo
anche se esistono diverse leggende sulla sua nascita.
Tipica specialità, originaria del Medioevo, delle zone collinari e montane tra Modena e Bologna, il borlengo è un prodotto antico, semplice, ma estremamente gustoso.
Ai nostri occhi si presenta come un pane molto sottile, quasi un velo, croccante, alla quale viene aggiunto, una volta cotto, il condimento tradizionale detto cunza
ovvero un battuto di lardo, aglio e rosmarino, completato da una spolverata di buon Parmigiano-reggiano.
Il borlengo va servito molto caldo, ripiegato in quattro parti. Perfetto il suo abbinamento con un buon bicchiere di rosso Lambrusco.
La preparazione del borlengo si caratterizza per 2 fattori predominanti: la semplicità degli ingredienti e la complessità nell’esecuzione nella fase di cottura.
Come per quasi tutti i piatti della tradizione esistono molte versioni della ricetta base;
ogni paese dell’Appennino ma si può dire ogni famiglia del territorio ha la sua variante tramandata con orgoglio da generazioni.
Ecco la ricetta che proponiamo.

Ingredienti per quattro persone:

gr. 500 di farina bianca tipo OO
sale q.b.
cotenna di maiale per ungere la padella

per condire  ( cunza )

gr. 150  lardo di maiale
nr. 1    spicchio d’aglio
nr. 1    rametto di rosmarino
gr. 100  parmigiano-reggiano


Procedimento:

Mescolare farina e sale aggiungendo lentamente l’acqua, per ottenere una pastella liquida.
A parte preparare il lardo con aglio e rosmarino, che servirà come condimento finale.
Per la cottura è tradizione usare una padella di rame stagnato di circa 50 cm di diametro chiamata ” sole “.
Ungere accuratamente il fondo della padella con una cotenna di maiale poi adagiarla su un fuoco vivace.
Una volta riscaldata la padella, versare con un mestollo la pastella liquida e distribuirla su tutto il fondo.
Dopo circa mezzo minuto, quando la pasta assume un colore dorato, rigirarla, lasciandola per pochi secondi di cottura.
Quindi togliere il borlengo sottile e fumante, adagiarlo su un piatto e condirlo con il pesto precedentemente preparato.
Spolverare abbondantemente con parmigiano-reggiano grattugiato.

L’aceto balsamico tradizionale di Modena

acetaia modenese

“ Il vero Aceto balsamico tradizionale è prodotto nell’area degli antichi domini estensi.
E’ ottenuto da mosto d’uva cotto, maturato per lenta acetificazione derivata da naturale fermentazione e da progressiva concentrazione mediante invecchiamento in serie di vaselli di legni diversi, senza alcuna addizione di sostanze aromatiche.
Di colore bruno scuro carico e lucente, manifesta la propria densitò in una corretta, scorrevole sciropposità.
Ha profumo caratteristico e complesso, penetrante, di evidente, ma gradevole ed armonica acidità.
Di tradizionale ed inimitabile sapore, dolce e agro ben equilibrato, si offre generosamente pieno, sapido con sfumature vellutate in accordo con i caratteri olfattivi che gli sono propri. “

 

Per definire esattamente cos’è l’aceto balsamico tradizionale di Modena, ho pensato di prendere integralmente la definizione redatta dai Maestri Assaggiatori della Consorteria di Spilamberto.

L’Aceto balsamico tradizionale rappresenta sicuramente la punta di diamante del ricco patrimonio enogastronomico modenese.

Le sue origini si perdono nella notte dei tempi ma proprio come allora il procedimento produttivo è rimasto inalterato e ancora non del tutto chiaro.
Per un buon aceto balsamico tradizionale è necessario partire dal mosto di uve locali come il Trebbiano e il Lambrusco.
Da qui la successiva cottura del mosto stesso che avviene a fuoco diretto, all’aria aperta e ad una temperatura di circa 90 – 95 gradi.
A seguire il prodotto ottenuto viene introdotto in una botte di legno di grande capacità ;  è l’inizio del  lungo viaggio nelle varie botti che lo porterà a diventare  il prezioso nettare.
Una batteria di botti per aceto balsamico tradizionale si compone da un minimo di 5 vaselli fino ad un massimo di 10-12 barili di legni e dimensioni variabili. Di anno in anno il travaso da botte a botte di parte del contenuto porterà ad una crescita qualitativà del prodotto conferendogli le caratteristiche tipiche dell’aceto balsamico tradizionale.
Nelle botti più grandi avviene la fermentazione del mosto, in quelle centrali la maturazione del prodotto e nelle botti più piccole avviene il vero e proprio invecchiamento dell’aceto balsamico tradizionale.
Collocata nel sottotetto della casa, l’acetaia subisce gli sbalzi climatici della campagna modenese; fermentando nel periodo estivo e decantando nei periodi invernali.
Infine solo con la cura e la passione del proprietario, l’acetaia  produrrà risultati eccellenti, rendendo  questo prodotto unico, inimitabile ed invidiato in tutto il mondo.

L’aceto balsamico tradizionale di Modena è un prodotto a denominazione protetta ( D.O.P.) riconosciuto dalla Comunità Europea il 17/04/2000.

L’Ente di Certificazione e la Commissione di Assaggiatori esperti certificano i due livelli qualitativi disponibili:

• Affinato, di invecchiamento minimo di 12 anni
• Extravecchio, invecchiamento minimo di 25 anni

Come stabilito nel Disciplinare non può essere dichiarato sulla confezione qualsiasi riferimento alla annata di produzione, o alla presunta età del prodotto; è consentita solo la citazione “Extravecchio”, per il prodotto che abbia avuto un invecchiamento non inferiore ai 25 anni).

L’aceto balsamico tradizionale di Modena si presenta unicamente nella sua originale bottiglietta a forma sferica con base rettangolare in vetro massiccio da 100 ml creata appositamente da Giugiaro.
La bottiglia è sigillata da contrassegno numerato.