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	<title>Terre di Modena</title>
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		<title>At Mutinam Este:              uno sguardo su Modena Estense</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 15:15:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[" At Mutinam Este " di Monica Pradelli]]></category>
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		<description><![CDATA[Rubrica Culturale e di Attualità sulle eccellenze del territorio di Modena e Provincia.  a cura di Monica Pradelli ALLA SCOPERTA DEL MALBOTTO, OVVERO IL VINO DELLA REGINA Mi ritengo una persona molto fortunata, infatti sono nata e cresciuta in una Terra ricca di Cultura a tutto tondo, per arte, enogastronomia, architettura e letteratura. Non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/05/vitelambrusco.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-841" title="vitelambrusco" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/05/vitelambrusco-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Rubrica Culturale e di Attualità sulle eccellenze del territorio di Modena e Provincia.</span></strong></p>
<p style="text-align: center;" align="center"><strong><span style="text-decoration: underline;"> a cura di Monica Pradelli</span></strong></p>
<p align="center"><strong><span style="text-decoration: underline;">ALLA SCOPERTA DEL MALBOTTO, OVVERO IL VINO DELLA REGINA</span></strong></p>
<p>Mi ritengo una persona molto fortunata, infatti sono nata e cresciuta in una Terra ricca di Cultura a tutto tondo, per arte, enogastronomia, architettura e letteratura. Non si tratta, come qualcuno già starà pensando, di servile Campanilismo ma di amore e rispetto per la mia Regione, l’Emilia Romagna e ancor più in particolare per la Provincia di Modena. Se sai dove andare e appartieni a queste Terre e Tradizioni, non occorre viaggiare molto per trovare piccole Perle disseminate per città, paesi e persino frazioni. L’amore per le mie origini mi è stato tramandato dalle mie nonne, vere Rezdore d’altri tempi per cui la tavola era un piacere da gustare con amici e famiglia, una vera e propria <strong>“celebrazione”</strong> delle Nostre Tradizioni. E’ merito loro e di tutte le nonne che insegnano alle figlie prima, alle nipoti poi, l’Arte della Buona Tavola. Le Specialità Nostrane sembrano non aver fine: si pensi subito ai Prodotti D.O.P. come l’Aceto Balsamico, lo Zampone, le Patate di Montese, il Tartufo, il Mirtillo. Si continui inoltre con le Specialità della Tavola che contraddistinguono Modena: si pensi ai Tortellini, ai Tortelloni, ai Borlenghi, alle Crescentine, per arrivare ai Dolci Tipici come il Croccante, la Zuppa Inglese, la Torta alle Noci, la Torta Barozzi, la Torta di Tagliatelle… Mi fermo o la lista apparirebbe incline all’infinito! Non dimentichiamoci inoltre  della nostra gloriosa Tradizione Vinicola al cui vertice per popolarità e apprezzamento del pubblico svetta senz’ombra di dubbio il Lambrusco! Declinato in:<strong> Lambrusco di Sorbara, Lambrusco Salamino di Santa Croce, Lambrusco di Modena, Lambrusco Grasparossa di Castelvetro. </strong>Per inaugurare questa Rubrica ho deciso invece di partire da qualcosa di particolare, per lo più sconosciuto al grande Pubblico come è questo particolare tipo di Vino, il <strong>“Malbotto”, </strong>chiamato a ragione  il <strong>“Vino della Regina”. </strong>Si tratta di un<strong> Vino Rosso fermo, </strong>corposo con un gradevole aroma fruttato che viene tagliato con il<strong> Merlot </strong>e se mentre al primo sorso si sente immediatamente quest’ultimo provare a prendere il sopravvento, dopo alcuni minuti si può gustare la dolcezza e la fragranza di questo vino unico nel suo genere e portato a Modena da una donna:<strong> la Regina Beatrice D’Este. </strong>Ad oggi è coltivato solo nelle zone del Frignano, in particolare Vignola e Serramazzoni, in quanto ha bisogno di crescere presso i sassi di fiume. Questo tipo di Vino ben si accompagna sia ai primi, che ai secondi che soprattutto ai dolci. Non è molto alcoloso quindi ben si presta come vino da tavola e soprattutto la sua particolarità consiste nell’aroma dolce e fruttato che conquista soprattutto l’olfatto femminile, particolarmente sensibile ai profumi. Presso un noto Locale Enogastronomico di Vignola, abbiamo potuto assaggiare lo <strong>Sponda-Malbotto</strong>, annata 2011, un IGT fatto con malbo gentile e prodotto da Villa Boni. Dal colore di un rosso rubino carico, il vino aveva all’olfatto un evidente aroma di ciliegia. Al gusto dapprima non è molto corposo, tuttavia rilascia molti aromi di frutta rossa in buon equilibrio senza avere una preponderanza della ciliegia che ci si aspetterebbe dopo l’analisi olfattiva. Inoltre l’alcolicità e l’acidità risultano bene equilibrate e permettono al vino di accompagnarsi sia ai Pecorini, che ai Salumi Nostrani.</p>
<p>E con questa ultima annotazione, si conclude questa mia prima <em>“incursione”</em> nelle Eccellenze tipiche delle Terre di Modena, <strong><em>“Alla ricerca del Vino Dimenticato, il Malbotto”.</em></strong></p>
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		<title>Piazza dei Martiri a Carpi</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 14:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[A spasso per le terre di Modena]]></category>
		<category><![CDATA[Carpi]]></category>

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		<description><![CDATA[Una bella veduta del Castello dei Pio in Piazza dei Martiri a Carpi Nel primo Cinquecento, la bella Carpi è stata uno dei maggiori centri del Rinascimento italiano. Qui infatti aveva sede la corte della dinastia Pio che trasformò questo piccolo e modesto paese di campagna in uno stato indipendente e prestigioso. A testimonianza del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp">
<dl id="attachment_755" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/04/carpi.jpg"><img class="size-medium wp-image-755" title="carpi" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/04/carpi-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Una bella veduta del Castello dei Pio in Piazza dei Martiri a Carpi</dd>
</dl>
<p>Nel primo Cinquecento, la bella<strong> Carpi</strong> è stata uno dei maggiori centri del <strong>Rinascimento italiano</strong>.<br />
Qui infatti aveva sede la corte della <strong>dinastia Pio</strong> che trasformò questo piccolo e modesto paese di campagna in uno stato indipendente e prestigioso. A testimonianza del glorioso passato è comunque rimasto un assetto urbanistico importante che ha il suo punto di riferimento nella splendida <strong>Piazza dei Martiri</strong> situata nel centro cittadino. Le origini della piazza risalgono al febbraio del 1512, quando papa Giulio II autorizza il principe Alberto III Pio a demolire l’antica pieve per edificare una nuova chiesa, realizzando così un nuovo grande spazio aperto di fronte al castello. Il risultato ottenuto è davvero suggestivo; con oltre 200 metri di lunghezza e con i suoi 17 mila metri quadrati di superficie, <strong>la piazza è una delle più grandi d’Italia</strong> ed è considerata fra le più importanti del periodo rinascimentale. Da cinquecento anni è il cuore di Carpi che racchiude, oggi come allora, un importante significato, concentrando al suo interno il potere politico, religioso ed economico. Gli edifici che si affacciano su questo spazio colpiscono per la solennità a cominciare dall’imponente complesso del <strong>Palazzo dei Pio</strong>, un tempo antico castello poi trasformato nel corso dei secoli in dimora signorile, composto da edifici costruiti tra l’età medievale e il XVIII secolo. Da diversi anni è la sede dei principali musei carpigiani tra tutti il museo del Deportato, in ricordo delle vittime dell’odio nella ultima guerra. A fianco delle nobiliari mura si può ammirare il prestigioso <strong>Teatro Comunale</strong> inaugurato nel 1861; un piccolo gioiello di architettura che presenta caratteri di stile neoclassico e riccamente decorato al suo interno. Sul lato opposto troviamo un’armonica palazzata del XV secolo con le scenografiche 52 arcate del <strong>portico lungo</strong> che accompagnano tutto il lato occidentale della piazza.<br />
Arrivando da corso Alberto Pio, ad inizio piazza, ecco il settecentesco <strong>palazzo Scacchetti</strong> ora sede del municipio comunale e di fronte le nove ampie volte della Loggia o <strong>Portico del mercato del grano</strong>, edificato nel primo Cinquecento.<br />
Completa il perimetro della piazza, la grande <strong>Cattedrale</strong>, dedicata a Santa Maria Assunta, iniziata nel 1514 su progetto di Baldassarre Peruzzi ispirato al disegno originale della Basilica di San Pietro a Roma ma poi modificato integralmente nel corso del lungo cantiere. La facciata che ora vediamo viene conclusa solo nel 1680.<br />
Come in molte città dell’Emilia, i portici sono un elemento significativo nel tessuto urbano ma in questa piazza offrono una dimensione scenografica particolare, racchiudendo significative testimonianze di ciò che è stata la città di Carpi, <strong>una piccola capitale nel cuore della pianura padana</strong>.</p>
</div>
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		<title>La Basilica di San Silvestro I papa</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Apr 2012 06:56:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nonantola e la sua Abbazia]]></category>
		<category><![CDATA[medioevo]]></category>
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		<description><![CDATA[La Basilica di San Silvestro Situata a Nonantola, in pieno centro storico, la basilica di San Silvestro rappresenta una prestigiosa testimonianza di arte romanica in terra modenese.  Nel corso dei secoli la chiesa dell’Abbazia ha visto notevoli modifiche rispetto alla originaria costruzione edificata dal monaco benedettino Anselmo nel lontano 752 in epoca medievale. Incendi, terremoti, devastazioni [...]]]></description>
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<dl id="attachment_706" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/03/abbazianonantola2.jpg"><img class="size-medium wp-image-706" title="abbazianonantola2" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/03/abbazianonantola2-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Basilica di San Silvestro</dd>
</dl>
<p>Situata a <strong>Nonantola</strong>, in pieno centro storico, <strong>la basilica di San Silvestro </strong>rappresenta una prestigiosa testimonianza di <strong>arte romanica</strong> in terra modenese.  Nel corso dei secoli la chiesa dell’Abbazia ha visto notevoli modifiche rispetto alla originaria costruzione edificata dal monaco benedettino <strong>Anselmo</strong> nel lontano 752 in epoca medievale. Incendi, terremoti, devastazioni e saccheggi sono una piccola parte di quello che queste sacre mura hanno sopportato nella loro millenaria storia. L’edificio attuale risale alla prima parte del XII secolo e solo dopo un importante restauro, avvenuto tra il 1913 e il 1917, sono state ripristinate buona parte delle originarie forme stilistiche. La facciata a cuspide è tripartita da due lunghe semicolonne; archetti pensili corrono su tutto il perimetro superiore della costruzione. Retto da due colonne su leoni stilofori ecco l’importante <strong>protiro</strong>, ovvero la struttura a portico che incornicia <strong>lo splendido portale</strong> <strong>originale.</strong><br />
Il portale risalente alla scuola del <strong>Wiligelmo</strong>, costruttore del Duomo di Modena, è considerato <strong>un autentico gioiello</strong> del romanico; lo stipite è composto da straordinarie formelle che raccontano la storia dell’Abbazia e della natività di Gesù Cristo. Nella lunetta sopra, la raffigurazione di Cristo in trono con il libro dei Vangeli, accompagnato da due angeli e, ai lati,  i simboli degli Evangelisti.<br />
L’interno della chiesa abbaziale colpisce per la <strong>solennità e l’austerità</strong> dei grandi spazi con imponenti archi sovrastati dal soffitto a capriate. Tutto converge verso il presbiterio sopraelevato e sull’altare maggiore che custodisce <strong>le reliquie di San Silvestro</strong>. Importante il patrimonio artistico presente come le formelle datate 1572 sulla vita dello stesso Silvestro, una preziosa terracotta del XVII che rappresenta San Bernardo, l’organo di Domenico Traeri ( 1743) e ancora, diversi affreschi e l’imponente Crocefisso a parete del XIV secolo. Scesi nella <strong>suggestiva cripta</strong>, tra le più ampie d’Italia, rimaniamo affascinati dalle 64 colonnine di marmo che sostengono altrettanti capitelli di antica fattura. Una luce soffusa, proveniente da piccole finestrelle incastonate nelle absidi, ci accompagna all’altare centrale dove sono custodite<strong> le reliquie del fondatore</strong>, il primo abate Anselmo, e di altri 5 Santi quali S. Adriano III papa, le vergini SS. Fosca e Anseride e i martiri SS. Senesio e Teopompo.<br />
Usciti dalla chiesa attraverso una porta laterale della navata di destra, percorrendo il lungo porticato esterno, si arriva nel tranquillo giardino abbaziale dove è possibile ammirare <strong>le imponenti absidi originali</strong>. Costruite di soli mattoni rossi, le tre absidi sono eleganti ed equilibrate nelle forme; slanciate lesene sorreggono le grandi arcate, rifinite nei particolari secondo gli schemi architettonici tipici del romanico puro.</p>
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		<title>L&#8217;Abbazia di Nonantola: una storia millenaria</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 08:55:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nonantola e la sua Abbazia]]></category>
		<category><![CDATA[medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Nonantola]]></category>
		<category><![CDATA[stile romanico]]></category>

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		<description><![CDATA[Le absidi dell&#8217;Abbazia di Nonantola La storia della “ augusta badia di San Silvestro di Nonantola “, come la chiamava il famoso storico Girolamo Tiraboschi, inizia da molto lontano. Dopo la caduta dell’impero romano, l’antico borgo di Nonantola, diventò territorio abbandonato, incolto e paludoso a causa delle frequenti inondazioni. Attorno all’anno 752  il re longobardo [...]]]></description>
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<dl id="attachment_676" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/03/abbazianonantola.jpg"><img class="size-medium wp-image-676" title="abbazianonantola" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/03/abbazianonantola-300x217.jpg" alt="" width="300" height="217" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Le absidi dell&#8217;Abbazia di Nonantola</dd>
</dl>
<p>La storia della “ <strong>augusta badia di San Silvestro di Nonantola</strong> “, come la chiamava il famoso storico Girolamo Tiraboschi, inizia da molto lontano. Dopo la caduta dell’impero romano, l’antico borgo di Nonantola, diventò territorio abbandonato, incolto e paludoso a causa delle frequenti inondazioni. Attorno all’<strong>anno 752  </strong>il re longobardo<strong> Astolfo</strong>, decide di insediare nella pianura di Nonantola a protezione dei propri territori, una comunità monastica guidata dal cognato <strong>Anselmo</strong>, un tempo nobile duca poi diventato <strong>monaco benedettino</strong>. Per la verità già da diversi anni Anselmo si trovava nel modenese dove aveva edificato un monastero e un ospizio per viandanti nei pressi di Fanano. Tra tante difficoltà ma spinto dalla sua forte fede Anselmo, sulle terre donate da Astolfo, eresse una chiesa e un piccolo monastero, che fin dall’inizio rimasero sotto la giurisdizione del sovrano e del Papa. Come era usanza nel <strong>Medioevo</strong>, il monastero assumeva autorità anche a seconda delle reliquie presenti all’interno della propria chiesa. Fu così che nel 765 arrivarono da Roma, le <strong>reliquie di San Silvestro papa</strong>, un episodio importante e prestigioso per la giovane Abbazia modenese, che da questo momento viene intitolata proprio a San Silvestro. La morte, nel 756, di Astolfo e la proclamazione del nuovo re longobardo Desiderio pone grossi problemi politici all’abate Anselmo, che viene così esiliato a Montecassino per diverso tempo. Con l’arrivo dei Franchi ma soprattutto di <strong>Carlo Magno</strong>, Anselmo ritorna a Nonantola riportando prestigio al monastero anche grazie alle numerose donazioni ricevute. L’importanza della comunità superò i confini locali e nazionali, diventando così un punto di riferimento politico-culturale a livello europeo per molti anni. I suoi abati furono importanti ambasciatori per l’imperatore a <strong>Costantinopoli</strong> e nel monastero vivevano 850 monaci che svolgevano il loro servizio secondo<strong> la regola di Benedetto</strong>, “ <strong>ora et labora</strong> “. Fu così che accanto ad una rigorosa vita di preghiera si sviluppò una incessante attività lavorativa tra la preziosa opera nello “<strong> scriptorium</strong> “ e la cura di campi, boschi e pascoli, accrescendo il benessere di tutta la popolazione del borgo. Gli ultimi anni del IX secolo furono anni difficili per l’Abbazia tra incendi, saccheggi e distruzioni da parte degli Ungari invasori. Poi la ricostruzione e di nuovo il prestigio grazie alle preghiere ma soprattutto al tanto lavoro. Nel 1058 <strong>l’abate Gotescalco</strong> concesse l’uso perpetuo alle famiglie locali di tutte le terre coltivabili, compreso lo sfruttamento di boschi, paludi e pascoli; nasce così la famosa <strong>Partecipanza agraria</strong>, una istituzione ancora oggi in uso. Superato l’Anno Mille per il monastero di Nonantola arrivarono grandi difficoltà. <strong>La lotta per le investiture tra impero e papato</strong> colpì anche Nonantola che si trovava nel bel mezzo dello scontro di potere. Nel secolo XII inizia il declino politico di Nonantola, ormai abbandonata dall’imperatore e, complice la sua posizione geografica, ambita dalle nuove realtà comunali antagoniste tra loro come Bologna e Modena. Nel 1131 l’ abate Ildebrando, di comune accordo con i nonantolani scelse di appoggiare Bologna decisione che portò a violente ritorsioni da parte modenese. Nel 1261 Nonantola appoggia Modena per ritornare poi sulla sponda bolognese nel 1307. La morte del 1449 dell’abate Pepoli segnò la svolta per il monastero di Nonantola, ormai ridotto a pochi monaci; da questo momento inizia un lungo periodo in cui l’Abbazia viene data in commenda ovvero affidata ad alti prelati che pur non dimorando nel monastero, ne sfruttavano la rendita ecclesiastica. Tra gli abati commendatari di maggior prestigio ritroviamo figure di assoluta rilevanza quali <strong>San Carlo Borromeo</strong>, fondatore del seminario nonantolano, e il <strong>cardinal Giuliano della Rovere futuro Papa Giulio II</strong>. Nel 1514 i monaci benedettini vennero sostituiti dai cistercensi la cui presenza però si rivelò dannosa per il monastero stesso, a causa della cattiva amministrazione. Nel 1768 il Duca di Modena decide di sopprimere molti conventi nel modenese tra cui quello di Nonantola i cui beni, ormai pochi in verità, finirono nelle casse dello Stato Estense. Peggio ancora andò nel 1796 con la fine del <strong>Ducato Estense di Modena</strong> e la creazione della <strong>Repubblica Cisalpina</strong>; tutti i beni delle abbazie finirono allo stato francese e nel 1803 nel concordato tra la Santa sede e <strong>Napoleone</strong> venne sancito l’abolizione di diverse sedi vescovili e di due abbazie tra i quali Nonantola. La fine del dominio napoleonico e grazie alla Restaurazione la Diocesi di Nonantola veniva conservata ed affidata in modo perpetuo al <strong>vescovo di Modena</strong> fino al 1986 quando Nonantola viene definitivamente accorpata alla Diocesi di Modena e il titolo di Abate rimane solamente a livello onorifico. Della millenaria storia di Nonantola ora, oltre alla meravigliosa chiesa, rimane un grandioso <strong>patrimonio fatto di preziose opere d’arte, pergamene e codici miniati</strong>; uniche testimonianze di quanto ha rappresentato questo piccolo paese della campagna modenese nella cultura europea in epoca medievale e non solo.</div>
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		<title>Sandrone e la famiglia Pavironica</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 16:36:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi modenesi]]></category>
		<category><![CDATA[Modena]]></category>

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		<description><![CDATA[La famiglia Pavironica Così come avviene parlando di San Geminano anche per Sandrone e la famiglia Pavironica, protagonisti del carnevale modenese, il legame con il territorio, meglio ancora con la popolazione locale è molto forte. Sia chiaro che è un legame differente da quello del santo patrono, ma è altrettanto importante, quasi a sottolineare, tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp">
<dl id="attachment_638" class="wp-caption alignright" style="width: 310px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/fam.pavironica.jpg"><img class="size-medium wp-image-638" title="fam.pavironica" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/fam.pavironica-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La famiglia Pavironica</dd>
</dl>
<p>Così come avviene parlando di San Geminano anche per <strong>Sandrone e la famiglia Pavironica</strong>, protagonisti del <strong>carnevale modenese</strong>, il legame con il territorio, meglio ancora con la popolazione locale è molto forte. Sia chiaro che è un legame differente da quello del santo patrono, ma è altrettanto importante, quasi a sottolineare, tra sacro e profano, un senso di appartenenza che il modenese vive con particolare intensità.<br />
<strong>La famiglia Pavironica è la tipica famiglia rurale di pianura</strong> composta da<strong> Sandrone</strong> il capofamiglia, arguto contadino, pratico e bonario; sua moglie <strong>Pulonia</strong>, regina delle faccende domestiche, dal carattere mite e sottomesso, ed infine il figlio <strong>Sgorghiguelo</strong>, eterno ragazzo, furbo e confusionario, con l’esuberanza di una gioventù senza limiti. Ci sono varie ipotesi sulla  origine di Sandrone, anche se quella più accreditata porta la firma dello <strong>scrittore Giulio Cesare Croce</strong>, autore di numerose commedie tra cui “ Bertoldo e Bertoldino “. Il recente ritrovamento di una sua inedita opera, datata 1584, dal titolo “ Sandrone astuto “ vede tra i protagonisti proprio Sandrone certamente un rozzo contadino ma anche schietto e astuto come pochi. A partire dal 1870 Sandrone e famiglia, in carne ed ossa, arrivano a Modena provenienti dal fantomatico <strong>Bosco di Sotto</strong>, incominciando ad animare le giornate del carnevale modenese. Proprio per questo è nata la  “ <strong>Società del Sandrone </strong>&#8220; , un glorioso ente che organizza da allora il carnevale locale all’insegna del  “ <strong>divertimento e beneficienza</strong> “ come recita il proprio motto. Sandrone e Sgorghiguelo vestono alla maniera dei popolani del 1700 con pantaloni di velluto al ginocchio, giacca sempre di velluto marrone, calze a righe trasversali bianche e rosse e robusti scarponi da contadino. Completano il quadro parrucche e berretti in perfetto stile. Per la Pulonia l’abbigliamento è quello tipico della massaia, in modenese “ rezdora “ con vestito lungo disegnato con fiori vivaci, un bel grembiule bianco, in testa una candida cuffia bianca. Di Sandrone e famiglia vengono ricordati i loro discorsi, o meglio gli <strong>sproloqui</strong>  pubblici che regalano ogni anno il <strong>giovedi grasso</strong> dal balcone del <strong>Palazzo comunale di Modena</strong> di fronte alla popolazione divertita. Sono dialoghi rigorosamente in dialetto modenese sugli avvenimenti locali che vengono così commentati con schiettezza, genuinità, arguzia e salaci battute, caratteristiche tipiche della civiltà contadina. Forse è proprio per questo che la <strong>gente di Modena</strong> mostra affetto ed entusiasmo per Sandrone, loquace rappresentante di questa terra e nella quale molto probabilmente si riconosce.</p>
</div>
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		<title>San Geminiano</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 15:50:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi modenesi]]></category>
		<category><![CDATA[Modena]]></category>

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		<description><![CDATA[San Geminiano, patrono di Modena Un professore di storia medievale e grande esperto di santi raccontava che poche città italiane possono vantare un legame così forte con il proprio Santo patrono come Modena. Delle sue origini non conosciamo tanto ma la tradizione vuole che Geminiano sia nato vicino a Modena, nei pressi dell’attuale Cognento nel lontano [...]]]></description>
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<dl id="attachment_619" class="wp-caption alignright" style="width: 268px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/san-geminiano.jpg"><img class="size-medium wp-image-619" title="san geminiano" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/san-geminiano-258x300.jpg" alt="" width="258" height="300" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">San Geminiano, patrono di Modena</dd>
</dl>
<p>Un professore di storia medievale e grande esperto di santi raccontava che poche città italiane possono vantare un legame così forte con il proprio <strong>Santo patrono</strong> come<strong> Modena</strong>. Delle sue origini non conosciamo tanto ma la tradizione vuole che <strong>Geminiano</strong> sia nato vicino a Modena, nei pressi dell’attuale Cognento nel lontano <strong>313</strong> circa, da una famiglia modesta probabilmente già cristiana in una terra dove ancora il paganesimo corrotto imperava. Le scarne cronache lo dipingono come una persona forte, di grande levatura morale, benvoluto da tutti e dalla vita austera ed esemplare. Alla morte del vescovo Antonino, il popolo, entusiasta, lo acclamò come <strong>nuovo capo della chiesa modenese</strong>. L’umile Geminiano, spaventato per il consenso ricevuto, tentò la fuga nelle vicine campagne ai confini della città. Si nascose nei boschi, in prossimità dell’attuale località di Saliceta, dove ancora oggi in via Cadiane è presente un antico e piccolo oratorio a ricordo del suo isolamento. Dopo giorni di ricerche, Geminiano venne scoperto dalla popolazione festante e riportato in città dove venne consacrato <strong>vescovo</strong> in un clima di grande gioia ed esultanza. Il suo episcopato durò oltre 40 anni all’insegna della diffusione del Cristianesimo. Una esistenza trascorsa nelle terre di Modena, sempre accanto al proprio popolo e conclusa in un freddo e triste <strong>31 gennaio del 397</strong>. San Geminiano è ricordato come grande taumaturgo, esorcista e in assoluto come protettore della città di Modena sia dagli eserciti stranieri del passato che dalle inondazioni dei vicini fiumi Secchia e Panaro. Numerosi sono i miracoli attribuiti a San Geminiano, tra i più noti si narra di un episodio in cui, un fanciullo cadde dalla torre Ghirlandina, e miracolosamente venne preso per i capelli proprio dal Santo che lo adagiò incolume a terra. <strong>Il Duomo di Modena è diventato dal 1106 la casa di</strong> <strong>San Geminiano</strong>, dove riposano le sue spoglie in una suggestiva cripta e dove è conservata la pietra sacra, un vero e proprio altarino portatile, su cui il Santo celebrava il rito liturgico nelle sue missioni apostoliche.<br />
L’omaggio del popolo modenese si rinnova ogni <strong>31 gennaio</strong>, data della sua morte, attraverso una viva partecipazione e preghiera sia in Duomo che presso il <strong>Santuario di</strong> <strong>Cognento</strong> e alla vicina fonte miracolosa, dove pare proprio sia nato l’amato Geminiano.</p>
</div>
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		<title>La Regina nata sotto la Ghirlandina</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 15:15:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Modena capitale Estense]]></category>
		<category><![CDATA[Estensi]]></category>
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		<description><![CDATA[Durante il periodo in cui Modena fu ducato estense, la città diventò un importante  crocevia anche di affari politici europei. Proprio in questo contesto si deve leggere l’incredibile storia di Maria Beatrice d’Este, figlia del duca Alfonso IV e di Laura Martinozzi. Maria Beatrice nacque nel Palazzo Ducale di Modena il 5 ottobre del 1658. Complice  una rigida educazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_545" class="wp-caption alignright" style="width: 277px"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/mariabeatriceste.jpg"><img class="size-medium wp-image-545" title="mariabeatriceste" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/mariabeatriceste-267x300.jpg" alt="" width="267" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Maria Beatrice d&#39;Este, regina d&#39;Inghilterra</p></div>
<p>Durante il periodo in cui <strong>Modena fu ducato estense</strong>, la città diventò un importante  crocevia anche di affari politici europei. Proprio in questo contesto si deve leggere l’incredibile storia di <strong>Maria Beatrice d’Este</strong>, figlia del duca Alfonso IV e di Laura Martinozzi.<br />
<strong>Maria Beatrice nacque nel Palazzo Ducale di Modena il 5 ottobre del 1658.</strong> Complice  una rigida educazione ricevuta presso il vicino monastero della Visitazione, la giovane nobile, forte di una profonda religiosità, appariva votata ad una vita monastica dedita a preghiere e penitenze. La politica o meglio la ragion di Stato non permise tutto questo e per la nostra Maria Beatrice arrivò il trono di <strong>regina consorte d’Inghilterra e Scozia</strong>. Artefice di tutta questa operazione, <strong>il re di Francia Luigi XIV</strong> conosciuto anche come il<strong> Re Sole</strong>, che, appoggiato da <strong>papa Clemente X</strong>, voleva il ritorno del <strong>Cattolicesimo in Inghilterra</strong>. Per fare questo decise di fare sposare l’attempato e vedovo  principe cattolico di York, <strong>Giacomo di Stuart</strong>, erede al trono, con una giovane  donna cattolica e di un casato amico e prestigioso; la scelta cadde proprio su Maria Beatrice da Modena.<br />
A nulla valsero le opposizioni della giovane, in principio sostenute anche dalla madre, le pressioni del papa furono tali che la giovanissima nobile accettò la sua missione, suo malgrado. Le nozze, su procura, avvennero a Modena nel 1673 in un clima privo di festeggiamenti e sfarzo a cui fece seguito la partenza per Parigi e l’arrivo in terra inglese.<br />
Per Maria Beatrice i primi tempi furono davvero difficili, tra continue congiure, maldicenze e tradimenti da parte del marito. Solo ad  incoronazione avvenuta nel 1685 i rapporti migliorarono e la neo regina dal carattere mite si distinse per cultura, fascino e personalità. Il popolo inglese, legato alla religione protestante, però mal sopportava un re cattolico e nel 1688 si ribellò; al re Giacomo II non rimase che la via dell’esilio a St. Germain en Laye presso Parigi.<br />
Nel 1701, alla morte di Giacomo II, Maria Beatrice assunse la reggenza per l’amato figlio <strong>Giacomo Francesco</strong>, spronandolo a riportare la dinastia Stuart sul trono d’Inghilterra. Da Londra fu proposto il trono al giovane erede, a patto di una sua conversione alla religione protestante; Maria Beatrice e il figlio rifiutarono con sdegno.<br />
<strong>Maria Beatrice morì in Francia il 7 maggio 1718</strong> e fu sepolta accanto al marito Giacomo II, ultimo re cattolico d’Inghilterra.<br />
Ricordata dagli inglesi come <strong>Mary of Modena</strong>, Maria Beatrice è stata una regina dai grandi valori umani; una grande modenese protagonista nella <strong>storia d’Europa</strong>.</p>
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		<title>La porta del lambrusco</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Jan 2012 08:48:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosità dalle terre di Modena]]></category>
		<category><![CDATA[arte moderna]]></category>
		<category><![CDATA[lambrusco]]></category>
		<category><![CDATA[Modena]]></category>

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		<description><![CDATA[Da sempre Modena è strettamente legata al vino Lambrusco; un binomio così forte a tal punto che, in antiche cartoline, la sua nera bottiglia è affiancata alla tanto amata torre Ghirlandina, l’altro simbolo dei modenesi. Proprio per questo il Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi , nella sua attività di tutela e promozione, ha proposto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_600" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/portalambrusco.jpg"><img class="size-medium wp-image-600" title="portalambrusco" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/portalambrusco-300x169.jpg" alt="" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Il grappolo gigante di Lambrusco</p></div>
<p>Da sempre<strong> Modena </strong>è strettamente legata al vino <strong>Lambrusco</strong>; un binomio così forte a tal punto che, in antiche cartoline, la sua nera bottiglia è affiancata alla tanto amata torre <strong>Ghirlandina</strong>, l’altro simbolo dei modenesi.<br />
Proprio per questo il <strong>Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi , </strong>nella sua attività di tutela e promozione, ha proposto e ideato, con la collaborazione della Camera di Commercio di Modena, una <strong>splendida opera artistica</strong>, simbolo di questo legame indissolubile.<br />
Progettata e realizzata dall’artista modenese <strong>Erio Carnevali</strong>, l’opera è di notevole impatto e rappresenta <strong>un grande grappolo di uva lambrusco</strong>, con leggera inclinazione, alto dodici metri e largo all’incirca sei metri nella parte superiore. Sistemata in uno dei principali punti di accesso alla città, al centro della rotatoria tra via Vignolese e strada Nuova Estense, <strong>l’opera si compone di ben 240 acini di vetro soffiato</strong> prodotti da abili artigiani <strong>di Murano</strong>, tutti di diverso diametro e forma, completano la creazione le grandi foglie di rame, di varie dimensioni,  che ricordano le tinte dell’autunno nella campagna modenese. I colori degli acini rispecchiano la naturalezza dell’uva ma propongono anche trasparenze che, in particolari momenti della giornata, assumono sfumature e riflessi tali che rendono tutta l’opera leggera e carica di emozioni.<br />
Un grande grappolo per ricordare un vino unico al mondo che sta ottenendo enorme successo e per valorizzare un territorio e i suoi abitanti fortemente legati alle proprie tradizioni e ai suoi prodotti di eccellenza; <strong>questa è la Terra del Lambrusco!</strong></p>
<p>La fotografia è stata messa a disposizione dal Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi</p>
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		<title>Il castello di Formigine</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 15:53:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terra di Castelli]]></category>
		<category><![CDATA[castello]]></category>
		<category><![CDATA[medioevo]]></category>
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		<description><![CDATA[Le prime notizie certe del castello di Formigine sono quelle riportate dallo scrittore Ludovico Antonio Muratori nella “ Raccolta degli Storici Italiani “,  in cui narra che il Comune di Modena, per presidiare il confine con Reggio Emilia, nel 1201 costruisce a Formigine un castello a protezione del territorio. Proprio per la sua posizione geografica,  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_606" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/formiginecastello.jpg"><img class="size-medium wp-image-606" title="formiginecastello" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/formiginecastello-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il castello di Formigine</p></div>
<p>Le prime notizie certe del castello di Formigine sono quelle riportate dallo scrittore <strong>Ludovico Antonio Muratori </strong>nella “ Raccolta degli Storici Italiani “,  in cui narra che il Comune di Modena, per presidiare il confine con Reggio Emilia, nel 1201 costruisce a Formigine un castello a protezione del territorio. Proprio per la sua posizione geografica,  Formigine era un importante crocevia di risorse idriche, con una fitta rete di canali che permettevano il collegamento tra il fiume Secchia e la città di Modena.<br />
Probabilmente però già agli inizi del medioevo esisteva una struttura fortificata situata in un luogo diverso e di cui si sono perse le tracce. Recenti scavi hanno messo in luce che, dove ora sorge la maestosa rocca, nel X secolo si trovava una piccola e antichissima pieve dedicata a San Bartolomeo con annesso cimitero, testimonianza dell’ insediamento di una comunità formiginese.<br />
Con l’arrivo della casata degli <strong>Adelardi </strong>e di <strong>Azzo da Castello</strong>,  la struttura originaria duecentesca del castello venne modificata. Un ulteriore cambiamento si ebbe, nel Quattrocento, durante il dominio dei <strong>Pico</strong> trasformando definitivamente il castello dalla sua funzione militare a dimora nobile, come ora ci appare nella sua bellezza. Entrati dal sempre suggestivo ponte ex- levatoio è possibile ammirare, accanto alla antica rocchetta medievale, il palazzo marchionale, che fu dimora dei signori di Carpi e la torre dell’orologio, ex sede pubblica del governo. All’interno della cinta muraria si può ammirare un grande parco. Con la morte, nel 1599, dell’ultimo erede di casa Pio, il castello passò alla <strong>famiglia d’Este</strong>, che lo cedette nel 1648 al <strong>marchese Calcagnini </strong>, un funzionario ducale. Con le vicende napoleoniche il castello venne requisito nel 1796 dal Demanio Pubblico e solo nel 1811 venne restituito al marchese Calcagnini ad eccezione della torre dell’orologio, della rocchetta e delle prigioni che rimasero comunali. Nella prima metà del Novecento il castello rimase abitazione estiva dei marchesi Calcagnini poi dei loro eredi i <strong>conti Gentili</strong>. Nell’aprile del 1945 durante un bombardamento crollò la volta del sotterraneo della torre dell’orologio, adibito a rifugio antiaereo, morirono venti persone tra cui i proprietari; rimase miracolosamente illesa la loro figlia di quattro mesi <strong>Maria Alessandra</strong>, rimasta ancora oggi l’ultima discendente vivente <strong>dell’antichissimo casato Calcagnini d’Este</strong>. Nell’immediato dopoguerra l’Amministrazione comunale ha acquisito l’intero complesso adattandolo inizialmente a sede municipale. In seguito al trasferimento degli uffici pubblici in altra sede è stato possibile un attento e lungo restauro di recupero e valorizzazione della storica struttura.</p>
<p>Attualmente il castello di Formigine è ritornato all’antico splendore; è sede di un museo e Centro di documentazione e da diversi anni ospita eventi culturali prestigiosi utilizzando anche il suo magnifico parco secolare.</p>
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		<title>Enzo Ferrari  di Simone Marcuzzi</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Nov 2011 11:01:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Personaggi modenesi]]></category>
		<category><![CDATA[Ferrari]]></category>
		<category><![CDATA[Modena]]></category>

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		<description><![CDATA[Simone Marcuzzi ( Pordenone, 1981 ) ha pubblicato la raccolta di racconti &#8221; Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele &#8220; ( Zandegù, 2006 ) e il romanzo &#8220;Vorrei star fermo mentre il mondo va &#8220; ( Mondadori, 2010 ) vincitore del premio Zocca Giovani 2011. Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge. L’omaggio ad [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: left;">
<div id="attachment_553" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/ferrari-e..jpg"><img class="size-medium wp-image-553" title="ferrari e." src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2012/01/ferrari-e.-300x280.jpg" alt="" width="300" height="280" /></a><p class="wp-caption-text">Una bella immagine di Enzo Ferrari, uno dei simboli di Modena</p></div>
<p><em>Simone Marcuzzi ( Pordenone, 1981 ) ha pubblicato la raccolta di racconti &#8221; Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele &#8220; ( Zandegù, 2006 ) e il romanzo &#8220;Vorrei star fermo mentre il mondo va &#8220; ( Mondadori, 2010 ) vincitore del premio Zocca Giovani 2011.</em><br />
<em> Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge.<br />
L’omaggio ad Enzo Ferrari è tratto dalla sua ultima opera, appena pubblicata,<br />
&#8221; 10 italiani che hanno conquistato il mondo  &#8221; ( Laurana editore, 2011).</em></p>
</div>
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<div>La storia del successo professionale di Enzo Ferrari ha tratti di somiglianza con altre avventure di conquista del mondo industriale che si stava facendo. E’ pioneristica, suggestiva, letteraria.<br />
In gioventù Ferrari si dedica alla carriera agonistica come pilota e la porta avanti con alterna fortuna – e con una pausa intermedia a causa di una forte depressione – dal 1919 al 1931 ( anno di nascita del suo primo figlio Dino ). Già nel 1929 capisce però la sua vera ambizione e apre la scuderia Ferrari, squadra corse collegata all’Alfa, di cui faranno parte tra gli altri Nuvolari, Varzi e Campari. Nel 1938 Ferrari viene nominato direttore sportivo della casa milanese, ma l’esperienza è breve, i rapporti con il direttore generale sono complicati e lo portano a lasciare l’incarico e tornare nella sua Modena, dove fonda l’Auto Avio Costruzioni.<br />
Costruisce motori di vario genere, macchine utensili, ma non auto, perché un impegno contrattuale con l’Alfa gli impedisce per quattro anni di lanciare vetture denominate Ferrari. Arriva la guerra, il necessario trasferimento a Maranello e, nel 1947, la nascita della Scuderia Ferrari come ragione sociale con la vendita dei primi esemplari, sette.</div>
<div>La Ferrari partecipa da subito alle corse e al nascente Campionato Mondiale di Formula 1 ( prima edizione nel 1950, è l’unica scuderia ancora attiva ad avervi partecipato ). Nel 1951 per la prima volta un pilota Ferrari, Gonzales, batte un’ Alfa. La leggenda è appena agli albori, nel 1952 Alberto Ascari vincerà il titolo mondiale, subito replicato l’anno successivo, e molti altri ne verranno, ma ciò che differenzia Enzo Ferrari dalla maggioranza dei cavalieri dell’industria sta tutto nella frase di emozioni contrastanti pronunciata dopo la prima vittoria di Gonzales. “ Ho ucciso mia madre “, dice piangendo di gioia, riferendosi all’Alfa, cui doveva la sua esperienza e preparazione.<br />
Quei tempi d’oro appaiono oggi molto distanti.<br />
L’unico a dimostrare vera indifferenza al fascino Ferrari è proprio chi gli ha ceduto il nome ( a convincere Enzo Ferrari, orientato a chiamare la prima macchina tutta sua Mutina, è l’amico avvocato Enzo Levi. “ Giacchè ti senti così convinto di riuscire devi darle il tuo nome “ ).<br />
Ecco il punto. Enzo Ferrari è fondamentalmente un uomo triste, quasi pessimista.<br />
Definisce la vita “ un ansimante cammino “ e la paura “ tutto ciò che ci circonda”. Si concede poco alla vita mondana, non frequenta locali pubblici, teatri, circoli, cinema, guadagnandosi la fama di uomo inattaccabile e “ abbastanza strano “. Pensa di aver avuto tante cose sproporzionate ai suoi meriti e di essere stato privato di sentimenti consolatori, di affetti essenziali che, potendo scegliere, avrebbe anteposto a qualsiasi altro risultato. La morte in effetti gli cammina al fianco da molto presto: il padre, lavoratore instancabile che gli insegnerà l’importanza dell’ordine e delle annotazioni, muore all’alba del 1915 per una bronchite diventata polmonite. Nel 1916 tocca al fratello Alfredo, colpito da una malattia incurabile. Nel 1917 Enzo viene arruolato nell’artiglieria alpina, si ammala due volte di pleurite e trascorre giornate interminabili a spiare dalla finestra un mondo all’improvviso distante e nottate angoscianti ad ascoltare il suono delle casse da morto di chi non ce l’ha fatta che vengono inchiodate.<br />
Anni dopo, nel 1956, muore anche il figlio Dino, ingegnere laureato in Svizzera e suo interlocutore preferenziale in azienda. Durante la sua malattia, Enzo ammetterà in seguito di aver meditato il suicidio. Persino quando la vita tenta in qualche modo di sdebitarsi Ferrari si dimostra impreparato alla felicità. Nel 1960 l’università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in ingegneria e il sentimento prevalente durante la cerimonia è l’imbarazzo, al pensiero che lo stesso riconoscimento era andato a Guglielmo Marconi, uno dei più grandi geni del secolo.<br />
Enzo Ferrari non è uomo da celebrazioni.<br />
Va in ufficio anche la domenica, fino alle 13, viaggia poco per seguire le corse, sconsigliato dalla cronica paura dei treni, degli aerei e degli ascensori ( dimostrando così una fiducia nella tecnica bizzarra e selettiva ), e non si concede mai ferie: le più belle vacanze sono quelle in officina. Solo, tormentato, sembra lottare per dare forma alla bellezza che gli è stata negata nella vita, in un desiderio di riscatto troppo impegnativo da sostenere e tramandare ( “ Preferirei il silenzio, se potessi direi : dimenticatemi. Quello che ho fatto, l’ho fatto solo per me, e se qualcuno ne ha ricavato beneficio, mi tranquillizza, ma non si è trattato di una conseguenza. Il punto di partenza era una faccenda del tutto personale “, confida in un’intervista a Enzo Biagi ).</div>
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