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	<title>Terre di Modena</title>
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		<title>La Porta della Pescheria</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jul 2010 08:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Duomo di Modena]]></category>
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		<category><![CDATA[stile romanico]]></category>
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Particolare della Porta della pescheria

Entrati da corso Duomo, percorriamo la piccola ma affascinante via Lanfranco, costeggiando le grandi bianche pareti della Cattedrale, per arrivare alla bellissima Porta della Pescheria, unico accesso sul lato settentrionale del Duomo.
Il suo nome deriva probabilmente dalla vicinanza dell’antico banco per il commercio del pesce in una Modena di epoca medievale.
La [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="mceTemp mceIEcenter">
<dl id="attachment_160" class="wp-caption aligncenter" style="width: 590px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2010/06/portapescheria.jpg"><img class="size-full wp-image-160" title="portapescheria" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2010/06/portapescheria.jpg" alt="" width="580" height="434" /></a></dt>
<dd class="wp-caption-dd">Particolare della Porta della pescheria</dd>
</dl>
<p style="text-align: left;">Entrati da corso Duomo, percorriamo la piccola ma affascinante via Lanfranco, costeggiando le grandi bianche pareti della Cattedrale, per arrivare alla bellissima <strong>Porta della Pescheria</strong>, unico accesso sul lato settentrionale del Duomo.</p>
<p style="text-align: left;">Il suo nome deriva probabilmente dalla vicinanza dell’antico banco per il commercio del pesce in una Modena di epoca medievale.</p>
<p style="text-align: left;">La Porta della Pescheria è opera della scuola di <strong>Wiligelmo</strong> ed è stata scolpita indicativamente <strong>tra il 1110 e il 1120</strong> circa.</p>
<p style="text-align: left;">Come per tutto il Duomo, vero e proprio libro di pietra per il popolo analfabeta, anche questa particolare opera è ricca di significati ed allegorie.</p>
<p style="text-align: left;">Caratteristica comune di tutti i portali del Duomo si notano gli stipiti squadrati, l’architrave che sorregge una lunetta semicircolare e i leoni stilofori simbolici guardiani all’accesso in chiesa.</p>
<p style="text-align: left;">Varie sono le immagini e le decorazioni che si susseguono tutte associate a moniti eloquenti ben precisi, in particolare notiamo scene riprese dalle <strong>antiche favole di Fedro</strong> con animali e bestiari in genere. All’interno degli stipiti è possibile ammirare il calendario suddiviso per mesi con i vari lavori stagionali legati alla campagna, indispensabile fonte di sostentamento per l’uomo del tempo.</p>
<p style="text-align: left;">Particolarmente interessante è il contenuto dell’archivolto dove viene rappresentato <strong>il ciclo cavalleresco bretone della storia di re Artù</strong>, in particolare la spedizione per salvare la principessa Ginevra.   E’ da notare che questa opera raffigura per la prima volta in assoluto l’epopea e il mito arturiano ben prima che questo venga trascritto su carta  e diffuso in tutto il mondo occidentale.</p>
<p style="text-align: left;">Si conferma, ancora una volta, l’importanza della tradizione orale dei pellegrini viaggiatori come forma di diffusione di notizie e leggende nel continente europeo.</p>
<p style="text-align: left;">La Porte della Pescheria, per i contenuti delle sue rappresentazioni, viene considerata come la porta di ingresso della Cattedrale riservata al popolo.</p>
<p style="text-align: left;"> </p>
</div>
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		<title>Il Lambrusco di Francesco Guccini</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 06:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosita']]></category>
		<category><![CDATA[cucina modenese]]></category>
		<category><![CDATA[enogastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[lambrusco]]></category>

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		<description><![CDATA[Di modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due cose fondamentali: l’accento, che però si va via via attenuando, ed un’altra che fortunatamente non si attenua, l’amore per il Lambrusco.
Sarebbe meglio dire i Lambruschi, perché, minimo, sono tre, ma questa è roba da tecnici, io qui parlo da bevitore volgare, di quelli che non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_149" class="wp-caption aligncenter" style="width: 590px"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2010/05/lambrusco.jpg"><img class="size-full wp-image-149" title="lambrusco" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2010/05/lambrusco.jpg" alt="" width="580" height="628" /></a><p class="wp-caption-text">Bicchiere di Lambrusco</p></div>
<p>Di modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due cose fondamentali: l’accento, che però si va via via attenuando, ed un’altra che fortunatamente non si attenua, l’amore per il Lambrusco.<br />
Sarebbe meglio dire i Lambruschi, perché, minimo, sono tre, ma questa è roba da tecnici, io qui parlo da bevitore volgare, di quelli che non si intendono di cru o bouquet ma che amano avere sempre, quando mangiano, un sano &#8220;pistone&#8221; sulla tovaglia.<br />
Già, il &#8220;pistone&#8221;. Era anticamente la misura vinaria da due litri, ma negli anni ‘50 significava semplicemente una bottiglia di vino, soprattutto Lambrusco. La parola viene probabilmente da pistone nel senso di stantuffo, pestello, ma non ha importanza la storia linguistica.<br />
Era la parola sempre usata, tocco un poco malevolo e ammiccante di lingua zerga, e ricordo la bottiglia, di vetro grosso e scuro, e quando la si stappava col &#8220;tirabusoun&#8221; e lo schiocco che produceva e come ci si affrettava a mettere sotto un bicchiere per cogliere il primo sbuffo di anidride carbonica (prodotta dalla fermentazione naturale) e di violacea schiuma, perché a quei tempi non c’erano tanti frigo a tenerle, le bottiglie, che venivano servite massimo a temperatura di cantina, chi ce l’aveva. E dato che quelle bottiglie non c’erano tutti i giorni, quando si stappava era festa.<br />
Si preannunciava, quella festa, d’autunno. Quando la stagione cominciava a declinare, e le prime fumane interrompevano le pallide giornate di sole, e la scuola già avviliva lo spirito, passavano, provenienti dalla campagna i carri carichi d’uva, che allora molta gente si faceva il vino in casa, e girando per le strade della città vecchia si sentiva, dalle cantine, provenire l’odore indimenticabile del vino che si stava facendo.<br />
O avevi la fortuna di avere un amico con un po’ di terra, in campagna, e allora eri invitato ad assaggiare il vino nuovo, col sole che stava raso la piana o una fumana da chiederti come fare per tornare a casa. Ma dentro, in quelle vecchie case coloniche semiabbandonate, si stava bene, e nelle cantine quell’odore di vino in fermentazione ti prendeva la gola e le narici e già ti dava ebbrezza, come la dava ai nugoli di moscerini impazziti contro le lampade fioche che pendevano, appese a un filo, dai soffitti neri. Mani amorose di resdore impastavano pasta per fare gnocco fritto, e qualcuno affettava salame e, qualche rara volta, addirittura prosciutto.<br />
Era un tutt’uno, spettacolo per i cinque sensi, le donne affaccendate, lo gnocco che friggeva nello strutto e veniva servito bollente e dorato, i tappi che saltavano del Lambrusco vecchio e le caraffe del vino nuovo odorosissime che venivano messe in tavola, il colore sul rosso rosa dell’affettato, quello viola del vino e le mani unte che mangiavano, e le bocche che bevevano, e le prime leggere ebbrezze che ti facevano lucidi gli occhi ed affrettate le parole. Ora so che i Lambruschi sono tre, Sorbara, Castelvetro e Salamino S. Croce, e ne conosco le diverse caratteristiche, e conosco etichette e marche e tutto. Ora è festa spesso, e il Lambrusco posso averlo quando ne ho voglia. Ma qualcuno mi ridia, se mai possibile, anche una sola di quelle antiche giornate d’autunno e la sensazione di quel frizzare d’un tempo contro palato e gola.</p>
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		<title>Il borlengo</title>
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		<pubDate>Sun, 16 May 2010 10:47:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[La cucina modenese]]></category>
		<category><![CDATA[cucina modenese]]></category>
		<category><![CDATA[enogastronomia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il termine borlengo deriva probabilmente da &#8221; burla &#8221; in quanto la tradizione vuole che sia un piatto caratteristico del carnevale, nato quasi per scherzo
anche se esistono diverse leggende sulla sua nascita.
Tipica specialità, originaria del Medioevo, delle zone collinari e montane tra Modena e Bologna, il borlengo è un prodotto antico, semplice, ma estremamente gustoso.
Ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il termine borlengo deriva probabilmente da &#8221; burla &#8221; in quanto la tradizione vuole che sia un piatto caratteristico del carnevale, nato quasi per scherzo<br />
anche se esistono diverse leggende sulla sua nascita.<br />
Tipica specialità, originaria del Medioevo, delle zone collinari e montane tra Modena e Bologna, il borlengo è un prodotto antico, semplice, ma estremamente gustoso.<br />
Ai nostri occhi si presenta come un pane molto sottile, quasi un velo, croccante, alla quale viene aggiunto, una volta cotto, il condimento tradizionale detto cunza<br />
ovvero un battuto di lardo, aglio e rosmarino, completato da una spolverata di buon Parmigiano-reggiano.<br />
Il borlengo va servito molto caldo, ripiegato in quattro parti. Perfetto il suo abbinamento con un buon bicchiere di rosso Lambrusco.<br />
La preparazione del borlengo si caratterizza per 2 fattori predominanti: la semplicità degli ingredienti e la complessità nell&#8217;esecuzione nella fase di cottura.<br />
Come per quasi tutti i piatti della tradizione esistono molte versioni della ricetta base;<br />
ogni paese dell&#8217;Appennino ma si può dire ogni famiglia del territorio ha la sua variante tramandata con orgoglio da generazioni.<br />
Ecco la ricetta che proponiamo.</p>
<p style="text-align: center;"><em><span style="text-decoration: underline;">Ingredienti per quattro persone:</span></em></p>
<p style="text-align: center;"><em>gr. 500 di farina bianca tipo OO<br />
    sale q.b.<br />
    cotenna di maiale per ungere la padella</em></p>
<p style="text-align: center;"><em> </em></p>
<p style="text-align: center;"><em>per condire ( cunza )</em></p>
<p style="text-align: center;"><em>gr. 150  lardo di maiale<br />
nr. 1    spicchio d&#8217;aglio<br />
nr. 1    rametto di rosmarino<br />
gr. 100  Parmigiano-reggiano<br />
</em></p>
<p style="text-align: center;"><span style="text-decoration: underline;">Procedimento:</span></p>
<p style="text-align: justify;">Mescolare farina e sale aggiungendo lentamente l&#8217;acqua, per ottenere una pastella liquida.<br />
A parte preparare il lardo con aglio e rosmarino, che servirà come condimento finale.<br />
Per la cottura è tradizione usare una padella di rame stagnato di circa 50 cm di diametro chiamata &#8221; sole &#8220;.<br />
Ungere accuratamente il fondo della padella con una cotenna di maiale poi adagiarla su un fuoco vivace.<br />
Una volta riscaldata la padella, versare con un mestollo la pastella liquida e distribuirla su tutto il fondo.<br />
Dopo circa mezzo minuto, quando la pasta assume un colore dorato, rigirarla, lasciandola per pochi secondi di cottura.<br />
Quindi togliere il borlengo sottile e fumante, adagiarlo su un piatto e condirlo con il pesto precedentemente preparato.<br />
Spolverare abbondantemente con parmigiano-reggiano grattugiato.</p>
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		<title>Il Palazzo Ducale di Modena</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2010 15:44:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Modena capitale Estense]]></category>
		<category><![CDATA[Estensi]]></category>
		<category><![CDATA[Modena]]></category>
		<category><![CDATA[monumento]]></category>
		<category><![CDATA[stile barocco]]></category>

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		<description><![CDATA[Nella sua lunga storia Modena raggiunge il massimo splendore nel Seicento diventando capitale dello Stato Estense .
Nel 1598 il duca Cesare trasferì da Ferrara a Modena la residenza della corte Estense, dando così prestigio e benessere alla città geminiana.
Il vecchio castello esistente, le cui origini risalgono al 1288, mal si sposava con le esigenze di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_118" class="wp-caption aligncenter" style="width: 590px"><a href="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2010/01/palazzoducalemodena.jpg"><img class="size-full wp-image-118" title="palazzoducalemodena" src="http://www.terredimodena.it/wp-content/uploads/2010/01/palazzoducalemodena.jpg" alt="" width="580" height="381" /></a><p class="wp-caption-text">Il Palazzo Ducale di Modena</p></div>
<p>Nella sua lunga storia <strong>Modena</strong> raggiunge il massimo splendore nel <strong>Seicento</strong> diventando capitale dello <strong>Stato Estense</strong> .<br />
<strong>Nel 1598 il duca Cesare trasferì da Ferrara a Modena</strong> la residenza della <strong>corte Estense</strong>, dando così prestigio e benessere alla città geminiana.<br />
Il vecchio castello esistente, le cui origini risalgono al 1288, mal si sposava con le esigenze di una corte raffinata e amante del lusso come quella estense. E’ proprio sull’antico maniero che il nuovo <strong>duca Francesco</strong> <strong>I </strong>, <strong>nel 1634, inizia la costruzione</strong> di una nuova dimora, affidando il compito all’architetto Vigarani prima e a Bartolomeo Avanzini poi .<br />
Il risultato è davvero eccellente con una costruzione dalle caratteristiche <strong>barocche</strong> importanti che ancora oggi viene ammirata come <strong>uno degli esempi italiani più prestigiosi</strong> di questo stile particolare.<br />
La sua lunga facciata con corpo centrale sopraelevato e due torrioni alle estremità è imponente; le grandi finestre, decorate da balaustre con statue, danno direttamente su <strong>Piazza Roma</strong> <strong>ora degli Estensi</strong> nel cuore del centro cittadino. Dalla porta centrale si accede al <strong>Cortile d’onore</strong> e quindi al suggestivo <strong>Scalone d’onore</strong> che conduce direttamente alle eleganti sale della Corte Estense.<br />
Arrivati nei piani superiori ecco il <strong>Salone d’Onore</strong> con il suo soffitto affrescato nel Settecento dal Franceschini, a seguire altre sale tutte riccamente decorate. Merita una particolare citazione <strong>il famoso</strong> <strong>Salottino d’oro</strong>, ovvero lo studio di lavoro del <strong>duca Francesco III</strong>, che nel 1756 lo fece arredare con pannelli interamente rivestiti di <strong>oro zecchino</strong>; una ulteriore testimonianza dello sfarzo della corte Estense.<br />
Con la <strong>fine del Regno Estense</strong> avvenuta <strong>nel 1859</strong>, con l’abbandono del duca Francesco V , si conclude la storia di Modena capitale e della sua corte dopo tre secoli di splendore, lasciando però in eredità alla città monumenti ed opere di grande valore.<br />
<strong>Dal 1947 il Palazzo Ducale è diventato la sede della prestigiosa Accademia Militare dell’esercito italiano.<br />
</strong>All’interno del Palazzo Ducale è possibile visitare la <strong>preziosa Biblioteca</strong> e il <strong>Museo storico dell’Accademia</strong> con cimeli delle guerre risorgimentali e delle due guerre mondiali.<br />
Ogni anno il Palazzo Ducale ospita la suggestiva <strong>cerimonia del giuramento degli allievi ufficiali</strong> e alcuni concerti durante <strong>il festival delle bande militari</strong> che si svolge a Modena nel mese di luglio.</p>
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		<title>La Rocca di Vignola</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Dec 2009 09:07:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Terra di Castelli]]></category>
		<category><![CDATA[castello]]></category>
		<category><![CDATA[Matilde di Canossa]]></category>
		<category><![CDATA[medievale]]></category>
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		<category><![CDATA[vignola]]></category>

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Da sempre simbolo della città di Vignola, la Rocca è uno degli esempi meglio conservati di fortificazioni medievali nella provincia modenese ed emiliana in genere.
La stessa storia di Vignola procede di pari passo con l’evoluzione della Rocca situata sulle rive del fiume Panaro.
Pur non conoscendo con precisione il suo anno di fondazione, le sue origini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<div id="attachment_73" class="wp-caption aligncenter" style="width: 590px"><img class="size-large wp-image-73" title="roccavignola" src="/wp-content/uploads/2009/12/roccavignola-1024x766.jpg" alt="La Rocca di Vignola" width="580" height="433" /><p class="wp-caption-text">La Rocca di Vignola</p></div>
<p>Da sempre simbolo della città di <strong>Vignola</strong>, la <strong>Rocca</strong> è uno degli esempi meglio conservati di <strong>fortificazioni medievali</strong> nella provincia modenese ed emiliana in genere.</p>
<p>La stessa storia di Vignola procede di pari passo con l’evoluzione della Rocca situata sulle rive del <strong>fiume Panaro</strong>.<br />
Pur non conoscendo con precisione il suo anno di fondazione, le sue origini sembrano iniziare a ben prima dell’anno Mille grazie alla potente <strong>Abbazia di Nonantola</strong> che amministrava questi terreni e che costruì un primo insediamento militare a protezione dei propri interessi.<br />
Nel 945 Vignola fu assediata dal re Ugo di Provenza che però non riuscì a conquistare la Rocca, che già da allora si distinse per la solidità della sua struttura. Negli anni successivi presso la Rocca di Vignola  soggiornarono re <strong>Lotario</strong> e la contessa <strong>Matilde di Canossa</strong>, entrambi personaggi di riferimento del periodo medievale, a testimonianza del grande valore politico-militare raggiunto nel tempo dal castello.<br />
Nel corso dei secoli Vignola fu sempre al centro di conflitti data la sua invidiata posizione geografica tra la valle del Panaro e la via Claudia, strada che comunicava Bologna con la Toscana.<br />
Fino ai primi anni del Quattrocento la Rocca svolse <strong>solo funzioni militari</strong> a salvaguardia dei territori di Vignola poi, grazie al nobile ferrarese <strong>Uguccione Contrari</strong>, diventò una sontuosa dimora riccamente affrescata della stessa famiglia Contrari.<br />
Nel 1577 la Rocca passò alla famiglia dei <strong>Boncompagni</strong> che però la lascio gestire ad un amministratore esterno portandola ad un lento declino.<br />
Dall’Ottocento è diventata sede del Municipio e della locale Cassa di Risparmio che l’ ha acquistata definitivamente nel 1965.</p>
<p>Dopo lunghi restauri ora <strong>la Rocca di Vignola</strong> è pienamente recuperata sia a livello architettonico che pittorico. In diverse sale del piano terra e in alcuni locali del primo piano è possibile ammirare alcuni <strong>affreschi</strong> databili al XV secolo, commissionati dalle varie famiglie nobili che qui hanno dimorato.<br />
La visita all’interno della Rocca prosegue con i <strong>panoramici camminamenti</strong><br />
<strong>di ronda</strong> che percorrono l’intero perimetro della fortezza, da dove si può ammirare il delizioso centro di Vignola, le antiche <strong>torri</strong>, gli alloggi  degli armigeri usati in passato anche come prigioni e le cantine sotterranee.<br />
Nella Cappella della Rocca si può ammirare il prezioso ciclo di affreschi tardogotici, che rappresentano le storie di Cristo, attribuiti al Maestro di Vignola ancora sconosciuto pittore emiliano dell’inizio del Quattrocento.</p>
<p>Da diversi anni la Rocca di Vignola è aperta ai visitatori ma è anche sede di eventi culturali prestigiosi quasi a sottolineare la vivacità di una Vignola sempre affascinante ed intrigante.</p>
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		<title>Monumento al tortellino</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 07:21:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Curiosita']]></category>
		<category><![CDATA[arte moderna]]></category>
		<category><![CDATA[castelfranco emilia]]></category>
		<category><![CDATA[enogastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[tortellino]]></category>

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		<description><![CDATA[Situata ai confini delle province di Modena e Bologna, sulla antica strada romana via Emilia, Castelfranco Emilia è considerata la culla del celebre tortellino tradizionale.
Proprio a Castelfranco, la leggenda racconta che un bel giorno, in una locanda del paese, giunse una splendida dama, di passaggio in queste terre. Il curioso proprietario, incantato da tanta bellezza, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_65" class="wp-caption aligncenter" style="width: 590px"><img class="size-full wp-image-65" title="monumentotortellino" src="/wp-content/uploads/2009/12/monumentotortellino.jpg" alt="cartolina del monumento al tortellino" width="580" height="392" /><p class="wp-caption-text">cartolina del monumento al tortellino</p></div>
<p>Situata ai confini delle province di Modena e Bologna, sulla antica strada romana via Emilia, <strong>Castelfranco Emilia</strong> è considerata la culla del <strong>celebre tortellino tradizionale</strong>.</p>
<p>Proprio a Castelfranco, <strong>la leggenda</strong> racconta che un bel giorno, in una locanda del paese, giunse una <strong>splendida dama</strong>, di passaggio in queste terre. Il curioso proprietario, incantato da tanta bellezza, spiò la giovane donna dal buco della serratura e rimase profondamente colpito… dalla sensualità del suo <strong>ombelico.</strong><br />
Quando arrivò il momento di preparare la cena, l&#8217;abile oste creò, con pasta sfoglia e ripieno di carne, una nuova prelibatezza, ispirandosi proprio a quel nobile e sacrilego ombelico; nacque così il <strong>tortellino</strong>.</p>
<p>Ogni anno nella seconda settimana di settembre a Castelfranco Emilia si svolge la festa del patrono San Nicola abbinata alla Sagra del Tortellino.<br />
Durante queste giornate, accanto alle manifestazioni religiose, nelle piazze del paese, in grandi pentoloni contenenti <strong>rigoroso brodo di manzo e cappone</strong>, cuociono enormi quantità di tortellini fatti con amore dalle donne del paese e serviti ancora fumanti ai visitatori contenti. A conclusione della festa  la rievocazione storica che ricorda l’episodio che diede origine al tortellino con l’elezione di un oste e di una dama che idealmente diventano i custodi di questa tradizione culinaria fino all’anno successivo.</p>
<p>Dal 2006, nella centrale piazza Aldo Moro è stato eretto <strong>un monumento al tortellino tradizionale</strong> realizzato dallo scultore <strong>Giovanni Ferrari</strong>. Si tratta della rappresentazione scenica della famosa leggenda celebrata anche dal poeta Alessandro Tassoni e da Giuseppe Ceri.</p>
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		<title>L&#8217;aceto balsamico tradizionale di Modena</title>
		<link>http://www.terredimodena.it/laceto-balsamico-tradizionale-di-modena</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 06:36:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Tesori enogastronomici]]></category>
		<category><![CDATA[aceto balsamico tradizionale]]></category>
		<category><![CDATA[enogastronomia]]></category>
		<category><![CDATA[lambrusco]]></category>

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		<description><![CDATA[
“ Il vero Aceto balsamico tradizionale è prodotto nell’area degli antichi domini estensi.
E’ ottenuto da mosto d’uva cotto, maturato per lenta acetificazione derivata da naturale fermentazione e da progressiva concentrazione mediante invecchiamento in serie di vaselli di legni diversi, senza alcuna addizione di sostanze aromatiche.
Di colore bruno scuro carico e lucente, manifesta la propria densitò [...]]]></description>
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<div id="attachment_55" class="wp-caption aligncenter" style="width: 590px"><img class="size-full wp-image-55" title="acetaia" src="/wp-content/uploads/2009/12/acetaia.jpg" alt="acetaia modenese" width="580" height="435" /><p class="wp-caption-text">acetaia modenese</p></div>
<p style="text-align: center;">“ Il vero Aceto balsamico tradizionale è prodotto nell’area degli antichi domini estensi.<br />
E’ ottenuto da mosto d’uva cotto, maturato per lenta acetificazione derivata da naturale fermentazione e da progressiva concentrazione mediante invecchiamento in serie di vaselli di legni diversi, senza alcuna addizione di sostanze aromatiche.<br />
Di colore bruno scuro carico e lucente, manifesta la propria densitò in una corretta, scorrevole sciropposità.<br />
Ha profumo caratteristico e complesso, penetrante, di evidente, ma gradevole ed armonica acidità.<br />
Di tradizionale ed inimitabile sapore, dolce e agro ben equilibrato, si offre generosamente pieno, sapido con sfumature vellutate in accordo con i caratteri olfattivi che gli sono propri. “</p>
<p>                                            </p>
<p>Per definire esattamente cos’è <strong>l’aceto balsamico tradizionale di Modena</strong>, ho pensato a citare integralmente la definizione redatta dai Maestri Assaggiatori della <strong>Consorteria</strong> dell’aceto balsamico tradizionale.</p>
<p>L’Aceto balsamico tradizionale rappresenta sicuramente la punta di diamante del ricco patrimonio enogastronomico modenese.</p>
<p>Le sue origini si perdono nella notte dei tempi ma proprio come allora il procedimento produttivo è rimasto inalterato e ancora non del tutto chiaro.<br />
Per un buon aceto balsamico tradizionale è necessario partire dal <strong>mosto di uve locali</strong> come il <strong>Trebbiano</strong> e il <strong>Lambrusco</strong>.<br />
Da qui la successiva cottura del mosto stesso che avviene a fuoco diretto, all’aria aperta e ad una temperatura di circa 90 – 95 gradi.<br />
A seguire il prodotto ottenuto viene introdotto in una botte di legno di grande capacità ;  è l’inizio del  lungo viaggio nelle varie botti che lo porterà a diventare  il prezioso nettare.<br />
<strong>Una batteria di botti</strong> per aceto balsamico tradizionale si compone da un minimo di 5 vaselli fino ad un massimo di 10-12 barili di legni e dimensioni variabili. Di anno in anno il travaso da botte a botte di parte del contenuto porterà ad una crescita qualitativà del prodotto conferendogli le caratteristiche tipiche dell’aceto balsamico tradizionale.<br />
Nelle <strong>botti più grandi</strong>  avviene la <strong>fermentazione del mosto</strong>, in quelle centrali la <strong>maturazione </strong>del prodotto e nelle <strong>botti più piccole</strong> avviene il vero e proprio<strong> invecchiamento</strong> dell’aceto balsamico tradizionale.<br />
Collocata nel sottotetto della casa, l’acetaia subisce gli sbalzi climatici della campagna modenese; fermentando nel periodo estivo e decantando nei periodi invernali.<br />
Infine solo con <strong>la cura</strong> e <strong>la passione</strong> del proprietario, l’acetaia  produrrà risultati eccellenti, rendendo  questo prodotto unico, inimitabile ed invidiato in tutto il mondo.</p>
<p><strong>L’aceto balsamico tradizionale di Modena è un prodotto a denominazione protetta</strong> ( D.O.P.) riconosciuto dalla Comunità Europea il 17/04/2000.</p>
<p>L’Ente di Certificazione e la Commissione di Assaggiatori esperti certificano i due livelli qualitativi disponibili:</p>
<p>• <strong>Affinato, di invecchiamento minimo di 12 anni<br />
• Extravecchio, invecchiamento minimo di 25 anni</strong></p>
<p>Come stabilito nel Disciplinare non può essere dichiarato sulla confezione qualsiasi riferimento alla annata di produzione, o alla presunta età del prodotto; è consentita solo la citazione “Extravecchio”, per il prodotto che abbia avuto un invecchiamento non inferiore ai 25 anni).</p>
<p>L’aceto balsamico tradizionale di Modena si presenta unicamente nella sua originale bottiglietta a forma sferica con base rettangolare in vetro massiccio da 100 ml creata appositamente da Giugiaro.<br />
La bottiglia è sigillata da contrassegno numerato.</p>
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		<title>La Ghirlandina</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 16:58:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gbaraldi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Il Duomo di Modena]]></category>
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		<category><![CDATA[stile romanico]]></category>
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Da qualsiasi direzione si provenga, al visitatore in procinto di arrivare a Modena, al proprio orizzonte appare ben visibile la Torre Ghirlandina; inconfondibile per la sua sagoma e simbolo indiscusso della città di Modena.
Costruita assieme alla Cattedrale e ad essa collegata con due archi, la Torre Civica conosciuta come Ghirlandina è alta 88 metri.
Nonostante sia [...]]]></description>
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<div id="attachment_3" class="wp-caption aligncenter" style="width: 590px"><img class="size-large wp-image-3" title="ghirlandina" src="/wp-content/uploads/2009/10/ghirland2-1024x766.jpg" alt="La Torre Ghirlandina di Modena" width="580" height="433" /><p class="wp-caption-text">La Torre Ghirlandina di Modena</p></div>
</div>
<p>Da qualsiasi direzione si provenga, al visitatore in procinto di arrivare a <strong>Modena</strong>, al proprio orizzonte appare ben visibile la <strong>Torre Ghirlandina</strong>; inconfondibile per la sua sagoma e simbolo indiscusso della città di Modena.</p>
<p>Costruita assieme alla Cattedrale e ad essa collegata con due archi, la Torre Civica conosciuta come Ghirlandina è alta 88 metri.<br />
Nonostante sia stata edificata in due momenti storici, la Torre mantiene una certa armonia nella sua forma. La prima parte è innalzata su cinque piani a pianta quadrata, tipica del romanico, grazie all’opera dell’architetto <strong>Lanfranco</strong> e allo scultore <strong>Wiligelmo </strong>ovvero i costruttori dell’attiguo Duomo, la seconda parte, in stile gotico con l’introduzione della caratteristica punta ottagonale, da <strong>Arrigo da Campione</strong> tra il 1261 e il 1319.<br />
Fino al secolo XVI era chiamata  “ Torre di San Geminiano “ poi diventata Ghirlandina, probabilmente grazie al doppio giro di ringhiere, sulla sua punta, che la incoronano quasi come ghirlande.</p>
<p>Da sempre orgoglio degli abitanti di Modena, la torre inizialmente fungeva da campanile al Duomo, poi torre di difesa e torre comunale adibita a conservare  denari e documenti della città. Per anni la Ghirlandina è stata la dimora della nota “ <strong>Secchia rapita</strong> “ ovvero un secchio di legno simbolo della antica guerra nel Trecento tra bolognesi e modenesi.</p>
<p><a href="http://66.71.191.124/media.php?id=26&amp;idv=1163"></a></p>
<p>La leggenda lega la Ghirlandina ad un miracolo di <strong>San Geminiano</strong>, patrono della città, che intervenne salvando un bambino caduto dalla torre, afferrandolo per i capelli e adagiandolo a terra incolume.<br />
Purtroppo non fu così nel 1938, per l’editore modenese Angelo Fortunato Formiggini che si gettò dalla torre in segno di protesta contro le assurde leggi razziali dell’epoca di Mussolini.</p>
<p><strong>Dal 1997 la Ghirlandina, con il Duomo e Piazza Grande, è stata inserita dall’Unesco nell’elenco dei luoghi Patrimonio Mondiale dell’Umanità.</strong></p>
<p>Da alcuni anni la Ghirlandina è in fase di restauro e per questo motivo non è aperta al pubblico.</p>
<p><a href="http://66.71.191.124/index.php"></a></p>
<p style="margin-bottom: 0cm; font-style: normal;">
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