Enzo Ferrari di Simone Marcuzzi
Scritto in data 19 novembre 2011
a cura di gbaraldi
Simone Marcuzzi ( Pordenone, 1981 ) ha pubblicato la raccolta di racconti ” Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele “ ( Zandegù, 2006 ) e il romanzo “Vorrei star fermo mentre il mondo va “ ( Mondadori, 2010 ) vincitore del premio Zocca Giovani 2011.
Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge.
L’omaggio ad Enzo Ferrari è tratto dalla sua ultima opera, appena pubblicata,
” 10 italiani che hanno conquistato il mondo ” ( Laurana editore, 2011).
La storia del successo professionale di Enzo Ferrari ha tratti di somiglianza con altre avventure di conquista del mondo industriale che si stava facendo. E’ pioneristica, suggestiva, letteraria.
In gioventù Ferrari si dedica alla carriera agonistica come pilota e la porta avanti con alterna fortuna – e con una pausa intermedia a causa di una forte depressione – dal 1919 al 1931 ( anno di nascita del suo primo figlio Dino ). Già nel 1929 capisce però la sua vera ambizione e apre la scuderia Ferrari, squadra corse collegata all’Alfa, di cui faranno parte tra gli altri Nuvolari, Varzi e Campari. Nel 1938 Ferrari viene nominato direttore sportivo della casa milanese, ma l’esperienza è breve, i rapporti con il direttore generale sono complicati e lo portano a lasciare l’incarico e tornare nella sua Modena, dove fonda l’Auto Avio Costruzioni.
Costruisce motori di vario genere, macchine utensili, ma non auto, perché un impegno contrattuale con l’Alfa gli impedisce per quattro anni di lanciare vetture denominate Ferrari. Arriva la guerra, il necessario trasferimento a Maranello e, nel 1947, la nascita della Scuderia Ferrari come ragione sociale con la vendita dei primi esemplari, sette.
In gioventù Ferrari si dedica alla carriera agonistica come pilota e la porta avanti con alterna fortuna – e con una pausa intermedia a causa di una forte depressione – dal 1919 al 1931 ( anno di nascita del suo primo figlio Dino ). Già nel 1929 capisce però la sua vera ambizione e apre la scuderia Ferrari, squadra corse collegata all’Alfa, di cui faranno parte tra gli altri Nuvolari, Varzi e Campari. Nel 1938 Ferrari viene nominato direttore sportivo della casa milanese, ma l’esperienza è breve, i rapporti con il direttore generale sono complicati e lo portano a lasciare l’incarico e tornare nella sua Modena, dove fonda l’Auto Avio Costruzioni.
Costruisce motori di vario genere, macchine utensili, ma non auto, perché un impegno contrattuale con l’Alfa gli impedisce per quattro anni di lanciare vetture denominate Ferrari. Arriva la guerra, il necessario trasferimento a Maranello e, nel 1947, la nascita della Scuderia Ferrari come ragione sociale con la vendita dei primi esemplari, sette.
La Ferrari partecipa da subito alle corse e al nascente Campionato Mondiale di Formula 1 ( prima edizione nel 1950, è l’unica scuderia ancora attiva ad avervi partecipato ). Nel 1951 per la prima volta un pilota Ferrari, Gonzales, batte un’ Alfa. La leggenda è appena agli albori, nel 1952 Alberto Ascari vincerà il titolo mondiale, subito replicato l’anno successivo, e molti altri ne verranno, ma ciò che differenzia Enzo Ferrari dalla maggioranza dei cavalieri dell’industria sta tutto nella frase di emozioni contrastanti pronunciata dopo la prima vittoria di Gonzales. “ Ho ucciso mia madre “, dice piangendo di gioia, riferendosi all’Alfa, cui doveva la sua esperienza e preparazione.
Quei tempi d’oro appaiono oggi molto distanti.
L’unico a dimostrare vera indifferenza al fascino Ferrari è proprio chi gli ha ceduto il nome ( a convincere Enzo Ferrari, orientato a chiamare la prima macchina tutta sua Mutina, è l’amico avvocato Enzo Levi. “ Giacchè ti senti così convinto di riuscire devi darle il tuo nome “ ).
Ecco il punto. Enzo Ferrari è fondamentalmente un uomo triste, quasi pessimista.
Definisce la vita “ un ansimante cammino “ e la paura “ tutto ciò che ci circonda”. Si concede poco alla vita mondana, non frequenta locali pubblici, teatri, circoli, cinema, guadagnandosi la fama di uomo inattaccabile e “ abbastanza strano “. Pensa di aver avuto tante cose sproporzionate ai suoi meriti e di essere stato privato di sentimenti consolatori, di affetti essenziali che, potendo scegliere, avrebbe anteposto a qualsiasi altro risultato. La morte in effetti gli cammina al fianco da molto presto: il padre, lavoratore instancabile che gli insegnerà l’importanza dell’ordine e delle annotazioni, muore all’alba del 1915 per una bronchite diventata polmonite. Nel 1916 tocca al fratello Alfredo, colpito da una malattia incurabile. Nel 1917 Enzo viene arruolato nell’artiglieria alpina, si ammala due volte di pleurite e trascorre giornate interminabili a spiare dalla finestra un mondo all’improvviso distante e nottate angoscianti ad ascoltare il suono delle casse da morto di chi non ce l’ha fatta che vengono inchiodate.
Anni dopo, nel 1956, muore anche il figlio Dino, ingegnere laureato in Svizzera e suo interlocutore preferenziale in azienda. Durante la sua malattia, Enzo ammetterà in seguito di aver meditato il suicidio. Persino quando la vita tenta in qualche modo di sdebitarsi Ferrari si dimostra impreparato alla felicità. Nel 1960 l’università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in ingegneria e il sentimento prevalente durante la cerimonia è l’imbarazzo, al pensiero che lo stesso riconoscimento era andato a Guglielmo Marconi, uno dei più grandi geni del secolo.
Enzo Ferrari non è uomo da celebrazioni.
Va in ufficio anche la domenica, fino alle 13, viaggia poco per seguire le corse, sconsigliato dalla cronica paura dei treni, degli aerei e degli ascensori ( dimostrando così una fiducia nella tecnica bizzarra e selettiva ), e non si concede mai ferie: le più belle vacanze sono quelle in officina. Solo, tormentato, sembra lottare per dare forma alla bellezza che gli è stata negata nella vita, in un desiderio di riscatto troppo impegnativo da sostenere e tramandare ( “ Preferirei il silenzio, se potessi direi : dimenticatemi. Quello che ho fatto, l’ho fatto solo per me, e se qualcuno ne ha ricavato beneficio, mi tranquillizza, ma non si è trattato di una conseguenza. Il punto di partenza era una faccenda del tutto personale “, confida in un’intervista a Enzo Biagi ).
Quei tempi d’oro appaiono oggi molto distanti.
L’unico a dimostrare vera indifferenza al fascino Ferrari è proprio chi gli ha ceduto il nome ( a convincere Enzo Ferrari, orientato a chiamare la prima macchina tutta sua Mutina, è l’amico avvocato Enzo Levi. “ Giacchè ti senti così convinto di riuscire devi darle il tuo nome “ ).
Ecco il punto. Enzo Ferrari è fondamentalmente un uomo triste, quasi pessimista.
Definisce la vita “ un ansimante cammino “ e la paura “ tutto ciò che ci circonda”. Si concede poco alla vita mondana, non frequenta locali pubblici, teatri, circoli, cinema, guadagnandosi la fama di uomo inattaccabile e “ abbastanza strano “. Pensa di aver avuto tante cose sproporzionate ai suoi meriti e di essere stato privato di sentimenti consolatori, di affetti essenziali che, potendo scegliere, avrebbe anteposto a qualsiasi altro risultato. La morte in effetti gli cammina al fianco da molto presto: il padre, lavoratore instancabile che gli insegnerà l’importanza dell’ordine e delle annotazioni, muore all’alba del 1915 per una bronchite diventata polmonite. Nel 1916 tocca al fratello Alfredo, colpito da una malattia incurabile. Nel 1917 Enzo viene arruolato nell’artiglieria alpina, si ammala due volte di pleurite e trascorre giornate interminabili a spiare dalla finestra un mondo all’improvviso distante e nottate angoscianti ad ascoltare il suono delle casse da morto di chi non ce l’ha fatta che vengono inchiodate.
Anni dopo, nel 1956, muore anche il figlio Dino, ingegnere laureato in Svizzera e suo interlocutore preferenziale in azienda. Durante la sua malattia, Enzo ammetterà in seguito di aver meditato il suicidio. Persino quando la vita tenta in qualche modo di sdebitarsi Ferrari si dimostra impreparato alla felicità. Nel 1960 l’università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in ingegneria e il sentimento prevalente durante la cerimonia è l’imbarazzo, al pensiero che lo stesso riconoscimento era andato a Guglielmo Marconi, uno dei più grandi geni del secolo.
Enzo Ferrari non è uomo da celebrazioni.
Va in ufficio anche la domenica, fino alle 13, viaggia poco per seguire le corse, sconsigliato dalla cronica paura dei treni, degli aerei e degli ascensori ( dimostrando così una fiducia nella tecnica bizzarra e selettiva ), e non si concede mai ferie: le più belle vacanze sono quelle in officina. Solo, tormentato, sembra lottare per dare forma alla bellezza che gli è stata negata nella vita, in un desiderio di riscatto troppo impegnativo da sostenere e tramandare ( “ Preferirei il silenzio, se potessi direi : dimenticatemi. Quello che ho fatto, l’ho fatto solo per me, e se qualcuno ne ha ricavato beneficio, mi tranquillizza, ma non si è trattato di una conseguenza. Il punto di partenza era una faccenda del tutto personale “, confida in un’intervista a Enzo Biagi ).



