La porta del lambrusco

Il grappolo gigante di Lambrusco

Da sempre Modena è strettamente legata al vino Lambrusco; un binomio così forte a tal punto che, in antiche cartoline, la sua nera bottiglia è affiancata alla tanto amata torre Ghirlandina, l’altro simbolo dei modenesi.
Proprio per questo il Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi , nella sua attività di tutela e promozione, ha proposto e ideato, con la collaborazione della Camera di Commercio di Modena, una splendida opera artistica, simbolo di questo legame indissolubile.
Progettata e realizzata dall’artista modenese Erio Carnevali, l’opera è di notevole impatto e rappresenta un grande grappolo di uva lambrusco, con leggera inclinazione, alto dodici metri e largo all’incirca sei metri nella parte superiore. Sistemata in uno dei principali punti di accesso alla città, al centro della rotatoria tra via Vignolese e strada Nuova Estense, l’opera si compone di ben 240 acini di vetro soffiato prodotti da abili artigiani di Murano, tutti di diverso diametro e forma, completano la creazione le grandi foglie di rame, di varie dimensioni,  che ricordano le tinte dell’autunno nella campagna modenese. I colori degli acini rispecchiano la naturalezza dell’uva ma propongono anche trasparenze che, in particolari momenti della giornata, assumono sfumature e riflessi tali che rendono tutta l’opera leggera e carica di emozioni.
Un grande grappolo per ricordare un vino unico al mondo che sta ottenendo enorme successo e per valorizzare un territorio e i suoi abitanti fortemente legati alle proprie tradizioni e ai suoi prodotti di eccellenza; questa è la Terra del Lambrusco!

La fotografia è stata messa a disposizione dal Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi

Modena e i fumetti

Il detective Nick Carter e i suoi fidati collaboratori

Modena è riconosciuta come città dalle tante eccellenze, operosa e industriale di fama mondiale, ma è anche la città che non ti aspetti; geniale, ricca di talento, fantasia e creatività; infatti non tutti sanno che è proprio sotto la Ghirlandina che tra gli anni 60 e 70 nasce una vera e propria scuola di animazione e di fumetto.
Se Modena è anche questo, grande merito va dato a Paolo ( Paul ) Campani ritenuto il capostipite della cosiddetta scuola modenese del fumetto.
Paul Campani, modenese di via Balugola, classe 1923, è disegnatore professionista con la grande passione per i fumetti americani degli anni 30. Negli anni 50 Paul Campani intuisce la potenzialità dell’animazione del fumetto e nel 1954 fonda la Paul film, casa di produzione di disegni e cortometraggi. Nel 1957 una giovane Rai Radiotelevisione Italiana inizia la trasmissione di Carosello, epocale programma di pubblicità commerciale. E’ il successo di Paul Campani e delle sue produzioni made in Modena.
Angelino, Toto e Tata, Riccardone, Miguel, Gigino il pestifero e soprattutto l’omino con i baffi della Bialetti, non sono solo cartoni animati ma diventano vere e proprie icone televisive ancora vive nei ricordi di molti di noi. Modena diventa così la capitale italiana dell’animazione e dei cortometraggi animati. Nel 1977, con la fine di Carosello si conclude purtroppo l’epopea della Paul Film ma non finisce la creatività modenese che nel frattempo aveva già presentato talenti come Secondo Bignardi ( ex collaboratore di Paul Campani ) e Guido de Maria protagonisti già nel 1972 della altrettanto fortunata trasmissione ” Gulp! ” fumetti in tv. Il successo fu clamoroso tanto che dal 1977 al 1981 il programma si trasforma in ” Supergulp ! ” con una durata maggiore e proponendo nuovi personaggi e nuovi autori su tutti Franco Bonvicini, in arte Bonvi.
Bonvi è la perfetta espressione di un talento geniale unico, scanzonato ed irriverente come i suoi personaggi a partire dal detective Nick Carter con i suoi fidati Patsy e Ten ( in collaborazione con Guido de Maria ), dalla satira antimilitare delle Sturmtruppen, disastrate truppe germaniche fino ad arrivare a Cattivik, sfortunato criminale nostrano, parodia del famoso Diabolik il ladro in calzamaglia. Dalla scuola di Bonvi nascono allievi altrettanto bravi e degni di continuare la tradizione modenese del fumetto, ecco quindi Guido Silvestri, creatore di Lupo Alberto, un insolito lupo fidanzato con una dolce gallina di nome Marta, Claudio Onesti in arte Clod, Massimo Bonfatti e Cesare Buffagni.  Da non dimenticare anche Claudio Nizzi, autore e sceneggiatore del più conosciuto cowboy del fumetto italiano: Tex Willer.
Come si può ben vedere le radici del fumetto a Modena sono ben radicate da tempo, quasi avessero trovato, proprio nella città della Ferrari e del bel canto il loro habitat naturale.

Il Lambrusco di Francesco Guccini

Un ottimo calice di Lambrusco...

Di modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due cose fondamentali: l’accento, che però si va via via attenuando, ed un’altra che fortunatamente non si attenua, l’amore per il Lambrusco.
Sarebbe meglio dire i Lambruschi, perché, minimo, sono tre, ma questa è roba da tecnici, io qui parlo da bevitore volgare, di quelli che non si intendono di cru o bouquet ma che amano avere sempre, quando mangiano, un sano “pistone” sulla tovaglia.
Già, il “pistone”. Era anticamente la misura vinaria da due litri, ma negli anni ‘50 significava semplicemente una bottiglia di vino, soprattutto Lambrusco. La parola viene probabilmente da pistone nel senso di stantuffo, pestello, ma non ha importanza la storia linguistica.
Era la parola sempre usata, tocco un poco malevolo e ammiccante di lingua zerga, e ricordo la bottiglia, di vetro grosso e scuro, e quando la si stappava col “tirabusoun” e lo schiocco che produceva e come ci si affrettava a mettere sotto un bicchiere per cogliere il primo sbuffo di anidride carbonica (prodotta dalla fermentazione naturale) e di violacea schiuma, perché a quei tempi non c’erano tanti frigo a tenerle, le bottiglie, che venivano servite massimo a temperatura di cantina, chi ce l’aveva. E dato che quelle bottiglie non c’erano tutti i giorni, quando si stappava era festa.
Si preannunciava, quella festa, d’autunno. Quando la stagione cominciava a declinare, e le prime fumane interrompevano le pallide giornate di sole, e la scuola già avviliva lo spirito, passavano, provenienti dalla campagna i carri carichi d’uva, che allora molta gente si faceva il vino in casa, e girando per le strade della città vecchia si sentiva, dalle cantine, provenire l’odore indimenticabile del vino che si stava facendo.
O avevi la fortuna di avere un amico con un po’ di terra, in campagna, e allora eri invitato ad assaggiare il vino nuovo, col sole che stava raso la piana o una fumana da chiederti come fare per tornare a casa. Ma dentro, in quelle vecchie case coloniche semiabbandonate, si stava bene, e nelle cantine quell’odore di vino in fermentazione ti prendeva la gola e le narici e già ti dava ebbrezza, come la dava ai nugoli di moscerini impazziti contro le lampade fioche che pendevano, appese a un filo, dai soffitti neri. Mani amorose di resdore impastavano pasta per fare gnocco fritto, e qualcuno affettava salame e, qualche rara volta, addirittura prosciutto.
Era un tutt’uno, spettacolo per i cinque sensi, le donne affaccendate, lo gnocco che friggeva nello strutto e veniva servito bollente e dorato, i tappi che saltavano del Lambrusco vecchio e le caraffe del vino nuovo odorosissime che venivano messe in tavola, il colore sul rosso rosa dell’affettato, quello viola del vino e le mani unte che mangiavano, e le bocche che bevevano, e le prime leggere ebbrezze che ti facevano lucidi gli occhi ed affrettate le parole. Ora so che i Lambruschi sono tre, Sorbara, Castelvetro e Salamino S. Croce, e ne conosco le diverse caratteristiche, e conosco etichette e marche e tutto. Ora è festa spesso, e il Lambrusco posso averlo quando ne ho voglia.

Ma qualcuno mi ridia, se mai possibile, anche una sola di quelle antiche giornate d’autunno e la sensazione di quel frizzare d’un tempo contro palato e gola.

Monumento al tortellino

Il monumento del tortellino a Castelfranco

Situata ai confini delle province di Modena e Bologna, sulla antica strada romana via Emilia, Castelfranco Emilia è considerata la culla del celebre tortellino tradizionale.

Proprio a Castelfranco, la leggenda racconta che un bel giorno, in una locanda del paese, giunse una splendida dama, di passaggio in queste terre. Il curioso proprietario, incantato da tanta bellezza, spiò la giovane donna dal buco della serratura e rimase profondamente colpito… dalla sensualità del suo ombelico.
Quando arrivò il momento di preparare la cena, l’abile oste creò, con pasta sfoglia e ripieno di carne, una nuova prelibatezza, ispirandosi proprio a quel nobile e sacrilego ombelico; nacque così il tortellino.

Ogni anno nella seconda settimana di settembre a Castelfranco Emilia si svolge la festa del patrono San Nicola abbinata alla Sagra del Tortellino.
Durante queste giornate, accanto alle manifestazioni religiose, nelle piazze del paese, in grandi pentoloni contenenti rigoroso brodo di manzo e cappone, cuociono enormi quantità di tortellini fatti con amore dalle donne del paese e serviti ancora fumanti ai visitatori contenti. A conclusione della festa  la rievocazione storica che ricorda l’episodio che diede origine al tortellino con l’elezione di un oste e di una dama che idealmente diventano i custodi di questa tradizione culinaria fino all’anno successivo.

Dal 2006, nella centrale piazza Aldo Moro è stato eretto un monumento al tortellino tradizionale realizzato dallo scultore Giovanni Ferrari. Si tratta della rappresentazione scenica della famosa leggenda celebrata anche dal poeta Alessandro Tassoni e da Giuseppe Ceri.