Il Lambrusco di Francesco Guccini

Bicchiere di Lambrusco

Di modenese, dico sempre, mi sono rimaste dentro due cose fondamentali: l’accento, che però si va via via attenuando, ed un’altra che fortunatamente non si attenua, l’amore per il Lambrusco.
Sarebbe meglio dire i Lambruschi, perché, minimo, sono tre, ma questa è roba da tecnici, io qui parlo da bevitore volgare, di quelli che non si intendono di cru o bouquet ma che amano avere sempre, quando mangiano, un sano “pistone” sulla tovaglia.
Già, il “pistone”. Era anticamente la misura vinaria da due litri, ma negli anni ‘50 significava semplicemente una bottiglia di vino, soprattutto Lambrusco. La parola viene probabilmente da pistone nel senso di stantuffo, pestello, ma non ha importanza la storia linguistica.
Era la parola sempre usata, tocco un poco malevolo e ammiccante di lingua zerga, e ricordo la bottiglia, di vetro grosso e scuro, e quando la si stappava col “tirabusoun” e lo schiocco che produceva e come ci si affrettava a mettere sotto un bicchiere per cogliere il primo sbuffo di anidride carbonica (prodotta dalla fermentazione naturale) e di violacea schiuma, perché a quei tempi non c’erano tanti frigo a tenerle, le bottiglie, che venivano servite massimo a temperatura di cantina, chi ce l’aveva. E dato che quelle bottiglie non c’erano tutti i giorni, quando si stappava era festa.
Si preannunciava, quella festa, d’autunno. Quando la stagione cominciava a declinare, e le prime fumane interrompevano le pallide giornate di sole, e la scuola già avviliva lo spirito, passavano, provenienti dalla campagna i carri carichi d’uva, che allora molta gente si faceva il vino in casa, e girando per le strade della città vecchia si sentiva, dalle cantine, provenire l’odore indimenticabile del vino che si stava facendo.
O avevi la fortuna di avere un amico con un po’ di terra, in campagna, e allora eri invitato ad assaggiare il vino nuovo, col sole che stava raso la piana o una fumana da chiederti come fare per tornare a casa. Ma dentro, in quelle vecchie case coloniche semiabbandonate, si stava bene, e nelle cantine quell’odore di vino in fermentazione ti prendeva la gola e le narici e già ti dava ebbrezza, come la dava ai nugoli di moscerini impazziti contro le lampade fioche che pendevano, appese a un filo, dai soffitti neri. Mani amorose di resdore impastavano pasta per fare gnocco fritto, e qualcuno affettava salame e, qualche rara volta, addirittura prosciutto.
Era un tutt’uno, spettacolo per i cinque sensi, le donne affaccendate, lo gnocco che friggeva nello strutto e veniva servito bollente e dorato, i tappi che saltavano del Lambrusco vecchio e le caraffe del vino nuovo odorosissime che venivano messe in tavola, il colore sul rosso rosa dell’affettato, quello viola del vino e le mani unte che mangiavano, e le bocche che bevevano, e le prime leggere ebbrezze che ti facevano lucidi gli occhi ed affrettate le parole. Ora so che i Lambruschi sono tre, Sorbara, Castelvetro e Salamino S. Croce, e ne conosco le diverse caratteristiche, e conosco etichette e marche e tutto. Ora è festa spesso, e il Lambrusco posso averlo quando ne ho voglia. Ma qualcuno mi ridia, se mai possibile, anche una sola di quelle antiche giornate d’autunno e la sensazione di quel frizzare d’un tempo contro palato e gola.

Monumento al tortellino

cartolina del monumento al tortellino

cartolina del monumento al tortellino

Situata ai confini delle province di Modena e Bologna, sulla antica strada romana via Emilia, Castelfranco Emilia è considerata la culla del celebre tortellino tradizionale.

Proprio a Castelfranco, la leggenda racconta che un bel giorno, in una locanda del paese, giunse una splendida dama, di passaggio in queste terre. Il curioso proprietario, incantato da tanta bellezza, spiò la giovane donna dal buco della serratura e rimase profondamente colpito… dalla sensualità del suo ombelico.
Quando arrivò il momento di preparare la cena, l’abile oste creò, con pasta sfoglia e ripieno di carne, una nuova prelibatezza, ispirandosi proprio a quel nobile e sacrilego ombelico; nacque così il tortellino.

Ogni anno nella seconda settimana di settembre a Castelfranco Emilia si svolge la festa del patrono San Nicola abbinata alla Sagra del Tortellino.
Durante queste giornate, accanto alle manifestazioni religiose, nelle piazze del paese, in grandi pentoloni contenenti rigoroso brodo di manzo e cappone, cuociono enormi quantità di tortellini fatti con amore dalle donne del paese e serviti ancora fumanti ai visitatori contenti. A conclusione della festa  la rievocazione storica che ricorda l’episodio che diede origine al tortellino con l’elezione di un oste e di una dama che idealmente diventano i custodi di questa tradizione culinaria fino all’anno successivo.

Dal 2006, nella centrale piazza Aldo Moro è stato eretto un monumento al tortellino tradizionale realizzato dallo scultore Giovanni Ferrari. Si tratta della rappresentazione scenica della famosa leggenda celebrata anche dal poeta Alessandro Tassoni e da Giuseppe Ceri.