” L’arte nell’epicentro da Guercino a Malatesta “

La mostra " L'arte nell'epicentro "

Lo scorso 16 marzo è stata inaugurata presso il Museo Benedettino e Diocesano d’Arte Sacra di Nonantola, la mostra: “ L’arte nell’epicentro da Guercino a Malatesta ” opere salvate nell’Emilia ferita dal terremoto.

L’iniziativa, in collaborazione con la Diocesi di Carpi e il Museo Diocesano di Carpi, si pone l’obiettivo di far conoscere i danni occorsi al patrimonio artistico-culturale dell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola così gravemente colpito dai terremoti del maggio 2012. L’esposizione di queste opere d’arte, messe in salvo dalle chiese lesionate o crollate, assume anche l’importante significato della loro valorizzazione come emblemi della rinascita del popolo emiliano dopo i primi, dolorosi momenti del post-sisma.

All’interno delle suggestive sale del Museo Diocesano di Nonantola si potranno ammirare una settantina di opere recuperate dalle chiese della Bassa danneggiate dal sisma: tra cui circa quaranta dipinti, capolavori dei maestri della scuola emiliana, bolognese, ferrarese e modenese, quali Scarsellino, Giuseppe Maria Crespi, Simone Cantarini, Sigismondo Caula ed Adeodato Malatesta, accanto ad antiche sculture lignee e in terracotta, reliquiari, argenti e scagliole tra XV e XIX secolo. L’opera maggiormente significativa e di straordinario valore artistico è la tela del Guercino raffigurante la Madonna col Bambino e S. Lorenzo dipinta nel 1624, proveniente dalla chiesa del Seminario di Finale Emilia.

Le opere sono disposte attraverso un percorso che, partendo idealmente dalle porte della città di Modena e percorrendo la zona nord della provincia, arriva a Finale Emilia, epicentro dei tragici fatti del maggio scorso.

Una sala a parte è dedicata ad una selezione di opere del Museo Diocesano di Carpi, ospitato a Nonantola in segno di fratellanza tra Chiese sorelle, dopo che le scosse hanno reso inagibile la sua sede.

La mostra non è una delle solite esposizioni tematiche: la visita non deve essere determinata soltanto da un interesse culturale, ma affettivo per le comunità che per diversi secoli hanno conservato e venerato queste opere di fede e d’arte. Suo scopo è lanciare uno sguardo più ampio su quanto è capitato tra Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Medolla e Cavezzo nel maggio 2012.

Per questo la mostra delle opere d’arte è affiancata da una suggestiva galleria fotografica, che testimonia in modo diretto vari momenti vissuti dalla popolazione durante i giorni del terremoto e la grave distruzione causata dal sisma. In questo modo, insieme all’esposizione delle opere, si presentano al pubblico le comunità da cui le opere stesse provengono.

Museo Benedettino e Diocesano d’Arte Sacra
Via Marconi 3
Nonantola

Il Museo è aperto:
da martedì a sabato dalle 9 alle 12.30;
sabato e domenica dalle 15 alle 18.30.

Aperture in altri orari su prenotazione per comitive.

La mostra rimarrà aperta fino al 16 marzo 2014

Per info:
tel. 059-549025
museo@abbazia-nonantola.net
www.abbazia-nonantola.net

Prezzo del biglietto d’ingresso: 5 euro.
Ingressi ridotti: 3 euro / 2 euro

 

 

La vera storia della secchia rapita

La famosa secchia rapita

Per un autentico modenese, la secchia rapita, al pari della preda ringadora e della bonissima, rappresenta un simbolo assoluto della storia legata alla propria terra.
La vicenda della “ infelice e vil secchia di legno “ come la definiva il poeta Alessandro Tassoni  è una storia che ci riporta indietro di molti secoli, quando l’antica rivalità tra modenesi e bolognesi raggiunse il suo apice con la sanguinosa ed inutile battaglia di Zappolino del 15 novembre 1325.
Le cronache parlano di uno dei più cruenti scontri armati dell’epoca medievale italiana che coinvolse complessivamente circa 35000 fanti e 4000 cavalieri, lasciando sul campo oltre 2000 vittime dei combattimenti. In quel periodo la semplice rivalità di “ vicinanza “ aveva comunque connotati politici ben più ampi;  Bologna era città guelfa a sostegno del Papa e Modena, nonostante vivaci traversie politiche interne, era di fazione ghibellina quindi alleata dell’Imperatore. Lo sconfinamento continuato ed incessante dei bolognesi nei territori modenesi provocò un inevitabile scontro nei pressi del castello di Zappolino, poco distante dalle colline di Monteveglio. La battaglia durò poche ore e vide la vittoria imprevista dell’esercito modenese, numericamente inferiore all’avversario; alle truppe bolognesi non rimase altro che la fuga inseguite dalle armate vittoriose. I modenesi trionfatori, dopo aver conquistato altri castelli, arrivarono così fino alle porte, della città di Bologna. Consapevoli dell’impossibilità di conquistare la grande città, dopo alcuni giorni passati a schernire i rivali sotto le alte mura, i modenesi, sazi e soddisfatti, fecero ritorno nelle proprie terre accontentandosi di rubare, come trofeo dell’impresa, una volgare secchia di legno situata in un pozzo, tuttora esistente, nei pressi di porta San Felice. Alcuni mesi dopo le diplomazie sancirono la pace tra le parti e ai bolognesi vennero restituiti terreni e castelli in cambio di grosse somme di denaro.
Il tanto sangue sparso nella battaglia risultò inutilmente versato e come spesso accade il conflitto di Zappolino ben presto venne dimenticato dalla storia…
Le vicende di questo insolito trofeo di guerra trovarono ampio risalto nel poema eroicomico del letterato Alessandro Tassoni , pubblicato a Parigi nel 1622, dal titolo proprio “ La Secchia rapita “.
Durante i secoli passati l’antica secchia fu conservata presso la torre Ghirlandina, poi è stata trasferita nel vicino palazzo comunale dove tuttora incuriosisce i visitatori non solo modenesi.

 

Piazza dei Martiri a Carpi

Una bella veduta del Castello dei Pio in Piazza dei Martiri a Carpi

Nel primo Cinquecento, la bella Carpi è stata uno dei maggiori centri del Rinascimento italiano.
Qui infatti aveva sede la corte della dinastia Pio che trasformò questo piccolo e modesto paese di campagna in uno stato indipendente e prestigioso. A testimonianza del glorioso passato è comunque rimasto un assetto urbanistico importante che ha il suo punto di riferimento nella splendida Piazza dei Martiri situata nel centro cittadino. Le origini della piazza risalgono al febbraio del 1512, quando papa Giulio II autorizza il principe Alberto III Pio a demolire l’antica pieve per edificare una nuova chiesa, realizzando così un nuovo grande spazio aperto di fronte al castello. Il risultato ottenuto è davvero suggestivo; con oltre 200 metri di lunghezza e con i suoi 17 mila metri quadrati di superficie, la piazza è una delle più grandi d’Italia ed è considerata fra le più importanti del periodo rinascimentale. Da cinquecento anni è il cuore di Carpi che racchiude, oggi come allora, un importante significato, concentrando al suo interno il potere politico, religioso ed economico. Gli edifici che si affacciano su questo spazio colpiscono per la solennità a cominciare dall’imponente complesso del Palazzo dei Pio, un tempo antico castello poi trasformato nel corso dei secoli in dimora signorile, composto da edifici costruiti tra l’età medievale e il XVIII secolo. Da diversi anni è la sede dei principali musei carpigiani tra tutti il museo del Deportato, in ricordo delle vittime dell’odio nella ultima guerra. A fianco delle nobiliari mura si può ammirare il prestigioso Teatro Comunale inaugurato nel 1861; un piccolo gioiello di architettura che presenta caratteri di stile neoclassico e riccamente decorato al suo interno. Sul lato opposto troviamo un’armonica palazzata del XV secolo con le scenografiche 52 arcate del portico lungo che accompagnano tutto il lato occidentale della piazza.
Arrivando da corso Alberto Pio, ad inizio piazza, ecco il settecentesco palazzo Scacchetti ora sede del municipio comunale e di fronte le nove ampie volte della Loggia o Portico del mercato del grano, edificato nel primo Cinquecento.
Completa il perimetro della piazza, la grande Cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta, iniziata nel 1514 su progetto di Baldassarre Peruzzi ispirato al disegno originale della Basilica di San Pietro a Roma ma poi modificato integralmente nel corso del lungo cantiere. La facciata che ora vediamo viene conclusa solo nel 1680.
Come in molte città dell’Emilia, i portici sono un elemento significativo nel tessuto urbano ma in questa piazza offrono una dimensione scenografica particolare, racchiudendo significative testimonianze di ciò che è stata la città di Carpi, una piccola capitale nel cuore della pianura padana.

La Basilica di San Silvestro I papa

La Basilica di San Silvestro

Situata a Nonantola, in pieno centro storico, la basilica di San Silvestro rappresenta una prestigiosa testimonianza di arte romanica in terra modenese.  Nel corso dei secoli la chiesa dell’Abbazia ha visto notevoli modifiche rispetto alla originaria costruzione edificata dal monaco benedettino Anselmo nel lontano 752 in epoca medievale. Incendi, terremoti, devastazioni e saccheggi sono una piccola parte di quello che queste sacre mura hanno sopportato nella loro millenaria storia. L’edificio attuale risale alla prima parte del XII secolo e solo dopo un importante restauro, avvenuto tra il 1913 e il 1917, sono state ripristinate buona parte delle originarie forme stilistiche. La facciata a cuspide è tripartita da due lunghe semicolonne; archetti pensili corrono su tutto il perimetro superiore della costruzione. Retto da due colonne su leoni stilofori ecco l’importante protiro, ovvero la struttura a portico che incornicia lo splendido portale originale.
Il portale risalente alla scuola del Wiligelmo, costruttore del Duomo di Modena, è considerato un autentico gioiello del romanico; lo stipite è composto da straordinarie formelle che raccontano la storia dell’Abbazia e della natività di Gesù Cristo. Nella lunetta sopra, la raffigurazione di Cristo in trono con il libro dei Vangeli, accompagnato da due angeli e, ai lati,  i simboli degli Evangelisti.
L’interno della chiesa abbaziale colpisce per la solennità e l’austerità dei grandi spazi con imponenti archi sovrastati dal soffitto a capriate. Tutto converge verso il presbiterio sopraelevato e sull’altare maggiore che custodisce le reliquie di San Silvestro. Importante il patrimonio artistico presente come le formelle datate 1572 sulla vita dello stesso Silvestro, una preziosa terracotta del XVII che rappresenta San Bernardo, l’organo di Domenico Traeri ( 1743) e ancora, diversi affreschi e l’imponente Crocefisso a parete del XIV secolo. Scesi nella suggestiva cripta, tra le più ampie d’Italia, rimaniamo affascinati dalle 64 colonnine di marmo che sostengono altrettanti capitelli di antica fattura. Una luce soffusa, proveniente da piccole finestrelle incastonate nelle absidi, ci accompagna all’altare centrale dove sono custodite le reliquie del fondatore, il primo abate Anselmo, e di altri 5 Santi quali S. Adriano III papa, le vergini SS. Fosca e Anseride e i martiri SS. Senesio e Teopompo.
Usciti dalla chiesa attraverso una porta laterale della navata di destra, percorrendo il lungo porticato esterno, si arriva nel tranquillo giardino abbaziale dove è possibile ammirare le imponenti absidi originali. Costruite di soli mattoni rossi, le tre absidi sono eleganti ed equilibrate nelle forme; slanciate lesene sorreggono le grandi arcate, rifinite nei particolari secondo gli schemi architettonici tipici del romanico puro.

L’Abbazia di Nonantola: una storia millenaria

Le absidi dell’Abbazia di Nonantola

La storia della “ augusta badia di San Silvestro di Nonantola “, come la chiamava il famoso storico Girolamo Tiraboschi, inizia da molto lontano. Dopo la caduta dell’impero romano, l’antico borgo di Nonantola, diventò territorio abbandonato, incolto e paludoso a causa delle frequenti inondazioni. Attorno all’anno 752  il re longobardo Astolfo, decide di insediare nella pianura di Nonantola a protezione dei propri territori, una comunità monastica guidata dal cognato Anselmo, un tempo nobile duca poi diventato monaco benedettino. Per la verità già da diversi anni Anselmo si trovava nel modenese dove aveva edificato un monastero e un ospizio per viandanti nei pressi di Fanano. Tra tante difficoltà ma spinto dalla sua forte fede Anselmo, sulle terre donate da Astolfo, eresse una chiesa e un piccolo monastero, che fin dall’inizio rimasero sotto la giurisdizione del sovrano e del Papa. Come era usanza nel Medioevo, il monastero assumeva autorità anche a seconda delle reliquie presenti all’interno della propria chiesa. Fu così che nel 765 arrivarono da Roma, le reliquie di San Silvestro papa, un episodio importante e prestigioso per la giovane Abbazia modenese, che da questo momento viene intitolata proprio a San Silvestro. La morte, nel 756, di Astolfo e la proclamazione del nuovo re longobardo Desiderio pone grossi problemi politici all’abate Anselmo, che viene così esiliato a Montecassino per diverso tempo. Con l’arrivo dei Franchi ma soprattutto di Carlo Magno, Anselmo ritorna a Nonantola riportando prestigio al monastero anche grazie alle numerose donazioni ricevute. L’importanza della comunità superò i confini locali e nazionali, diventando così un punto di riferimento politico-culturale a livello europeo per molti anni. I suoi abati furono importanti ambasciatori per l’imperatore a Costantinopoli e nel monastero vivevano 850 monaci che svolgevano il loro servizio secondo la regola di Benedetto, “ ora et labora “. Fu così che accanto ad una rigorosa vita di preghiera si sviluppò una incessante attività lavorativa tra la preziosa opera nello “ scriptorium “ e la cura di campi, boschi e pascoli, accrescendo il benessere di tutta la popolazione del borgo. Gli ultimi anni del IX secolo furono anni difficili per l’Abbazia tra incendi, saccheggi e distruzioni da parte degli Ungari invasori. Poi la ricostruzione e di nuovo il prestigio grazie alle preghiere ma soprattutto al tanto lavoro. Nel 1058 l’abate Gotescalco concesse l’uso perpetuo alle famiglie locali di tutte le terre coltivabili, compreso lo sfruttamento di boschi, paludi e pascoli; nasce così la famosa Partecipanza agraria, una istituzione ancora oggi in uso. Superato l’Anno Mille per il monastero di Nonantola arrivarono grandi difficoltà. La lotta per le investiture tra impero e papato colpì anche Nonantola che si trovava nel bel mezzo dello scontro di potere. Nel secolo XII inizia il declino politico di Nonantola, ormai abbandonata dall’imperatore e, complice la sua posizione geografica, ambita dalle nuove realtà comunali antagoniste tra loro come Bologna e Modena. Nel 1131 l’ abate Ildebrando, di comune accordo con i nonantolani scelse di appoggiare Bologna decisione che portò a violente ritorsioni da parte modenese. Nel 1261 Nonantola appoggia Modena per ritornare poi sulla sponda bolognese nel 1307. La morte del 1449 dell’abate Pepoli segnò la svolta per il monastero di Nonantola, ormai ridotto a pochi monaci; da questo momento inizia un lungo periodo in cui l’Abbazia viene data in commenda ovvero affidata ad alti prelati che pur non dimorando nel monastero, ne sfruttavano la rendita ecclesiastica. Tra gli abati commendatari di maggior prestigio ritroviamo figure di assoluta rilevanza quali San Carlo Borromeo, fondatore del seminario nonantolano, e il cardinal Giuliano della Rovere futuro Papa Giulio II. Nel 1514 i monaci benedettini vennero sostituiti dai cistercensi la cui presenza però si rivelò dannosa per il monastero stesso, a causa della cattiva amministrazione. Nel 1768 il Duca di Modena decide di sopprimere molti conventi nel modenese tra cui quello di Nonantola i cui beni, ormai pochi in verità, finirono nelle casse dello Stato Estense. Peggio ancora andò nel 1796 con la fine del Ducato Estense di Modena e la creazione della Repubblica Cisalpina; tutti i beni delle abbazie finirono allo stato francese e nel 1803 nel concordato tra la Santa sede e Napoleone venne sancito l’abolizione di diverse sedi vescovili e di due abbazie tra i quali Nonantola. La fine del dominio napoleonico e grazie alla Restaurazione la Diocesi di Nonantola veniva conservata ed affidata in modo perpetuo al vescovo di Modena fino al 1986 quando Nonantola viene definitivamente accorpata alla Diocesi di Modena e il titolo di Abate rimane solamente a livello onorifico. Della millenaria storia di Nonantola ora, oltre alla meravigliosa chiesa, rimane un grandioso patrimonio fatto di preziose opere d’arte, pergamene e codici miniati; uniche testimonianze di quanto ha rappresentato questo piccolo paese della campagna modenese nella cultura europea in epoca medievale e non solo.

Sandrone e la famiglia Pavironica

La famiglia Pavironica

Così come avviene parlando di San Geminano anche per Sandrone e la famiglia Pavironica, protagonisti del carnevale modenese, il legame con il territorio, meglio ancora con la popolazione locale è molto forte. Sia chiaro che è un legame differente da quello del santo patrono, ma è altrettanto importante, quasi a sottolineare, tra sacro e profano, un senso di appartenenza che il modenese vive con particolare intensità.
La famiglia Pavironica è la tipica famiglia rurale di pianura composta da Sandrone il capofamiglia, arguto contadino, pratico e bonario; sua moglie Pulonia, regina delle faccende domestiche, dal carattere mite e sottomesso, ed infine il figlio Sgorghiguelo, eterno ragazzo, furbo e confusionario, con l’esuberanza di una gioventù senza limiti. Ci sono varie ipotesi sulla  origine di Sandrone, anche se quella più accreditata porta la firma dello scrittore Giulio Cesare Croce, autore di numerose commedie tra cui “ Bertoldo e Bertoldino “. Il recente ritrovamento di una sua inedita opera, datata 1584, dal titolo “ Sandrone astuto “ vede tra i protagonisti proprio Sandrone certamente un rozzo contadino ma anche schietto e astuto come pochi. A partire dal 1870 Sandrone e famiglia, in carne ed ossa, arrivano a Modena provenienti dal fantomatico Bosco di Sotto, incominciando ad animare le giornate del carnevale modenese. Proprio per questo è nata la  “ Società del Sandrone “ , un glorioso ente che organizza da allora il carnevale locale all’insegna del  “ divertimento e beneficienza “ come recita il proprio motto. Sandrone e Sgorghiguelo vestono alla maniera dei popolani del 1700 con pantaloni di velluto al ginocchio, giacca sempre di velluto marrone, calze a righe trasversali bianche e rosse e robusti scarponi da contadino. Completano il quadro parrucche e berretti in perfetto stile. Per la Pulonia l’abbigliamento è quello tipico della massaia, in modenese “ rezdora “ con vestito lungo disegnato con fiori vivaci, un bel grembiule bianco, in testa una candida cuffia bianca. Di Sandrone e famiglia vengono ricordati i loro discorsi, o meglio gli sproloqui  pubblici che regalano ogni anno il giovedi grasso dal balcone del Palazzo comunale di Modena di fronte alla popolazione divertita. Sono dialoghi rigorosamente in dialetto modenese sugli avvenimenti locali che vengono così commentati con schiettezza, genuinità, arguzia e salaci battute, caratteristiche tipiche della civiltà contadina. Forse è proprio per questo che la gente di Modena mostra affetto ed entusiasmo per Sandrone, loquace rappresentante di questa terra e nella quale molto probabilmente si riconosce.

San Geminiano

San Geminiano, patrono di Modena

Un professore di storia medievale e grande esperto di santi raccontava che poche città italiane possono vantare un legame così forte con il proprio Santo patrono come Modena. Delle sue origini non conosciamo tanto ma la tradizione vuole che Geminiano sia nato vicino a Modena, nei pressi dell’attuale Cognento nel lontano 313 circa, da una famiglia modesta probabilmente già cristiana in una terra dove ancora il paganesimo corrotto imperava. Le scarne cronache lo dipingono come una persona forte, di grande levatura morale, benvoluto da tutti e dalla vita austera ed esemplare. Alla morte del vescovo Antonino, il popolo, entusiasta, lo acclamò come nuovo capo della chiesa modenese. L’umile Geminiano, spaventato per il consenso ricevuto, tentò la fuga nelle vicine campagne ai confini della città. Si nascose nei boschi, in prossimità dell’attuale località di Saliceta, dove ancora oggi in via Cadiane è presente un antico e piccolo oratorio a ricordo del suo isolamento. Dopo giorni di ricerche, Geminiano venne scoperto dalla popolazione festante e riportato in città dove venne consacrato vescovo in un clima di grande gioia ed esultanza. Il suo episcopato durò oltre 40 anni all’insegna della diffusione del Cristianesimo. Una esistenza trascorsa nelle terre di Modena, sempre accanto al proprio popolo e conclusa in un freddo e triste 31 gennaio del 397. San Geminiano è ricordato come grande taumaturgo, esorcista e in assoluto come protettore della città di Modena sia dagli eserciti stranieri del passato che dalle inondazioni dei vicini fiumi Secchia e Panaro. Numerosi sono i miracoli attribuiti a San Geminiano, tra i più noti si narra di un episodio in cui, un fanciullo cadde dalla torre Ghirlandina, e miracolosamente venne preso per i capelli proprio dal Santo che lo adagiò incolume a terra. Il Duomo di Modena è diventato dal 1106 la casa di San Geminiano, dove riposano le sue spoglie in una suggestiva cripta e dove è conservata la pietra sacra, un vero e proprio altarino portatile, su cui il Santo celebrava il rito liturgico nelle sue missioni apostoliche.
L’omaggio del popolo modenese si rinnova ogni 31 gennaio, data della sua morte, attraverso una viva partecipazione e preghiera sia in Duomo che presso il Santuario di Cognento e alla vicina fonte miracolosa, dove pare proprio sia nato l’amato Geminiano.

La Regina nata sotto la Ghirlandina

Maria Beatrice d'Este, regina d'Inghilterra

Durante il periodo in cui Modena fu ducato estense, la città diventò un importante  crocevia anche di affari politici europei. Proprio in questo contesto si deve leggere l’incredibile storia di Maria Beatrice d’Este, figlia del duca Alfonso IV e di Laura Martinozzi.
Maria Beatrice nacque nel Palazzo Ducale di Modena il 5 ottobre del 1658. Complice  una rigida educazione ricevuta presso il vicino monastero della Visitazione, la giovane nobile, forte di una profonda religiosità, appariva votata ad una vita monastica dedita a preghiere e penitenze. La politica o meglio la ragion di Stato non permise tutto questo e per la nostra Maria Beatrice arrivò il trono di regina consorte d’Inghilterra e Scozia. Artefice di tutta questa operazione, il re di Francia Luigi XIV conosciuto anche come il Re Sole, che, appoggiato da papa Clemente X, voleva il ritorno del Cattolicesimo in Inghilterra. Per fare questo decise di fare sposare l’attempato e vedovo  principe cattolico di York, Giacomo di Stuart, erede al trono, con una giovane  donna cattolica e di un casato amico e prestigioso; la scelta cadde proprio su Maria Beatrice da Modena.
A nulla valsero le opposizioni della giovane, in principio sostenute anche dalla madre, le pressioni del papa furono tali che la giovanissima nobile accettò la sua missione, suo malgrado. Le nozze, su procura, avvennero a Modena nel 1673 in un clima privo di festeggiamenti e sfarzo a cui fece seguito la partenza per Parigi e l’arrivo in terra inglese.
Per Maria Beatrice i primi tempi furono davvero difficili, tra continue congiure, maldicenze e tradimenti da parte del marito. Solo ad  incoronazione avvenuta nel 1685 i rapporti migliorarono e la neo regina dal carattere mite si distinse per cultura, fascino e personalità. Il popolo inglese, legato alla religione protestante, però mal sopportava un re cattolico e nel 1688 si ribellò; al re Giacomo II non rimase che la via dell’esilio a St. Germain en Laye presso Parigi.
Nel 1701, alla morte di Giacomo II, Maria Beatrice assunse la reggenza per l’amato figlio Giacomo Francesco, spronandolo a riportare la dinastia Stuart sul trono d’Inghilterra. Da Londra fu proposto il trono al giovane erede, a patto di una sua conversione alla religione protestante; Maria Beatrice e il figlio rifiutarono con sdegno.
Maria Beatrice morì in Francia il 7 maggio 1718 e fu sepolta accanto al marito Giacomo II, ultimo re cattolico d’Inghilterra.
Ricordata dagli inglesi come Mary of Modena, Maria Beatrice è stata una regina dai grandi valori umani; una grande modenese protagonista nella storia d’Europa.

 

 

La porta del lambrusco

Il grappolo gigante di Lambrusco

Da sempre Modena è strettamente legata al vino Lambrusco; un binomio così forte a tal punto che, in antiche cartoline, la sua nera bottiglia è affiancata alla tanto amata torre Ghirlandina, l’altro simbolo dei modenesi.
Proprio per questo il Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi , nella sua attività di tutela e promozione, ha proposto e ideato, con la collaborazione della Camera di Commercio di Modena, una splendida opera artistica, simbolo di questo legame indissolubile.
Progettata e realizzata dall’artista modenese Erio Carnevali, l’opera è di notevole impatto e rappresenta un grande grappolo di uva lambrusco, con leggera inclinazione, alto dodici metri e largo all’incirca sei metri nella parte superiore. Sistemata in uno dei principali punti di accesso alla città, al centro della rotatoria tra via Vignolese e strada Nuova Estense, l’opera si compone di ben 240 acini di vetro soffiato prodotti da abili artigiani di Murano, tutti di diverso diametro e forma, completano la creazione le grandi foglie di rame, di varie dimensioni,  che ricordano le tinte dell’autunno nella campagna modenese. I colori degli acini rispecchiano la naturalezza dell’uva ma propongono anche trasparenze che, in particolari momenti della giornata, assumono sfumature e riflessi tali che rendono tutta l’opera leggera e carica di emozioni.
Un grande grappolo per ricordare un vino unico al mondo che sta ottenendo enorme successo e per valorizzare un territorio e i suoi abitanti fortemente legati alle proprie tradizioni e ai suoi prodotti di eccellenza; questa è la Terra del Lambrusco!

La fotografia è stata messa a disposizione dal Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi

Il castello di Formigine

Il castello di Formigine

Le prime notizie certe del castello di Formigine sono quelle riportate dallo scrittore Ludovico Antonio Muratori nella “ Raccolta degli Storici Italiani “,  in cui narra che il Comune di Modena, per presidiare il confine con Reggio Emilia, nel 1201 costruisce a Formigine un castello a protezione del territorio. Proprio per la sua posizione geografica,  Formigine era un importante crocevia di risorse idriche, con una fitta rete di canali che permettevano il collegamento tra il fiume Secchia e la città di Modena.
Probabilmente però già agli inizi del medioevo esisteva una struttura fortificata situata in un luogo diverso e di cui si sono perse le tracce. Recenti scavi hanno messo in luce che, dove ora sorge la maestosa rocca, nel X secolo si trovava una piccola e antichissima pieve dedicata a San Bartolomeo con annesso cimitero, testimonianza dell’ insediamento di una comunità formiginese.
Con l’arrivo della casata degli Adelardi e di Azzo da Castello,  la struttura originaria duecentesca del castello venne modificata. Un ulteriore cambiamento si ebbe, nel Quattrocento, durante il dominio dei Pico trasformando definitivamente il castello dalla sua funzione militare a dimora nobile, come ora ci appare nella sua bellezza. Entrati dal sempre suggestivo ponte ex- levatoio è possibile ammirare, accanto alla antica rocchetta medievale, il palazzo marchionale, che fu dimora dei signori di Carpi e la torre dell’orologio, ex sede pubblica del governo. All’interno della cinta muraria si può ammirare un grande parco. Con la morte, nel 1599, dell’ultimo erede di casa Pio, il castello passò alla famiglia d’Este, che lo cedette nel 1648 al marchese Calcagnini , un funzionario ducale. Con le vicende napoleoniche il castello venne requisito nel 1796 dal Demanio Pubblico e solo nel 1811 venne restituito al marchese Calcagnini ad eccezione della torre dell’orologio, della rocchetta e delle prigioni che rimasero comunali. Nella prima metà del Novecento il castello rimase abitazione estiva dei marchesi Calcagnini poi dei loro eredi i conti Gentili. Nell’aprile del 1945 durante un bombardamento crollò la volta del sotterraneo della torre dell’orologio, adibito a rifugio antiaereo, morirono venti persone tra cui i proprietari; rimase miracolosamente illesa la loro figlia di quattro mesi Maria Alessandra, rimasta ancora oggi l’ultima discendente vivente dell’antichissimo casato Calcagnini d’Este. Nell’immediato dopoguerra l’Amministrazione comunale ha acquisito l’intero complesso adattandolo inizialmente a sede municipale. In seguito al trasferimento degli uffici pubblici in altra sede è stato possibile un attento e lungo restauro di recupero e valorizzazione della storica struttura.

Attualmente il castello di Formigine è ritornato all’antico splendore; è sede di un museo e Centro di documentazione e da diversi anni ospita eventi culturali prestigiosi utilizzando anche il suo magnifico parco secolare.