San Geminiano

San Geminiano, patrono di Modena

Un professore di storia medievale e grande esperto di santi raccontava che poche città italiane possono vantare un legame così forte con il proprio Santo patrono come Modena. Delle sue origini non conosciamo tanto ma la tradizione vuole che Geminiano sia nato vicino a Modena, nei pressi dell’attuale Cognento nel lontano 313 circa, da una famiglia modesta probabilmente già cristiana in una terra dove ancora il paganesimo corrotto imperava. Le scarne cronache lo dipingono come una persona forte, di grande levatura morale, benvoluto da tutti e dalla vita austera ed esemplare. Alla morte del vescovo Antonino, il popolo, entusiasta, lo acclamò come nuovo capo della chiesa modenese. L’umile Geminiano, spaventato per il consenso ricevuto, tentò la fuga nelle vicine campagne ai confini della città. Si nascose nei boschi, in prossimità dell’attuale località di Saliceta, dove ancora oggi in via Cadiane è presente un antico e piccolo oratorio a ricordo del suo isolamento. Dopo giorni di ricerche, Geminiano venne scoperto dalla popolazione festante e riportato in città dove venne consacrato vescovo in un clima di grande gioia ed esultanza. Il suo episcopato durò oltre 40 anni all’insegna della diffusione del Cristianesimo. Una esistenza trascorsa nelle terre di Modena, sempre accanto al proprio popolo e conclusa in un freddo e triste 31 gennaio del 397. San Geminiano è ricordato come grande taumaturgo, esorcista e in assoluto come protettore della città di Modena sia dagli eserciti stranieri del passato che dalle inondazioni dei vicini fiumi Secchia e Panaro. Numerosi sono i miracoli attribuiti a San Geminiano, tra i più noti si narra di un episodio in cui, un fanciullo cadde dalla torre Ghirlandina, e miracolosamente venne preso per i capelli proprio dal Santo che lo adagiò incolume a terra. Il Duomo di Modena è diventato dal 1106 la casa di San Geminiano, dove riposano le sue spoglie in una suggestiva cripta e dove è conservata la pietra sacra, un vero e proprio altarino portatile, su cui il Santo celebrava il rito liturgico nelle sue missioni apostoliche.
L’omaggio del popolo modenese si rinnova ogni 31 gennaio, data della sua morte, attraverso una viva partecipazione e preghiera sia in Duomo che presso il Santuario di Cognento e alla vicina fonte miracolosa, dove pare proprio sia nato l’amato Geminiano.

La Regina nata sotto la Ghirlandina

Maria Beatrice d'Este, regina d'Inghilterra

Durante il periodo in cui Modena fu ducato estense, la città diventò un importante  crocevia anche di affari politici europei. Proprio in questo contesto si deve leggere l’incredibile storia di Maria Beatrice d’Este, figlia del duca Alfonso IV e di Laura Martinozzi.

Maria Beatrice nacque nel Palazzo Ducale di Modena il 5 ottobre del 1658. Complice  una rigida educazione ricevuta presso il vicino monastero della Visitazione, la giovane nobile, forte di una profonda religiosità, appariva votata ad una vita monastica dedita a preghiere e penitenze. La politica o meglio la ragion di Stato non permise tutto questo e per la nostra Maria Beatrice arrivò il trono di regina consorte d’Inghilterra e Scozia. Artefice di tutta questa operazione, il re di Francia Luigi XIV conosciuto anche come il Re Sole, che, appoggiato da papa Clemente X, voleva il ritorno del Cattolicesimo in Inghilterra. Per fare questo decise di fare sposare l’attempato e vedovo  principe cattolico di York, Giacomo di Stuart, erede al trono, con una giovane  donna cattolica e di un casato amico e prestigioso; la scelta cadde proprio su Maria Beatrice da Modena.
A nulla valsero le opposizioni della giovane, in principio sostenute anche dalla madre, le pressioni del papa furono tali che la giovanissima nobile accettò la sua missione, suo malgrado. Le nozze, su procura, avvennero a Modena nel 1673 in un clima privo di festeggiamenti e sfarzo a cui fece seguito la partenza per Parigi e l’arrivo in terra inglese.
Per Maria Beatrice i primi tempi furono davvero difficili, tra continue congiure, maldicenze e tradimenti da parte del marito. Solo ad  incoronazione avvenuta nel 1685 i rapporti migliorarono e la neo regina dal carattere mite si distinse per cultura, fascino e personalità. Il popolo inglese, legato alla religione protestante, però mal sopportava un re cattolico e nel 1688 si ribellò; al re Giacomo II non rimase che la via dell’esilio a St. Germain en Laye presso Parigi.
Nel 1701, alla morte di Giacomo II, Maria Beatrice assunse la reggenza per l’amato figlio Giacomo Francesco, spronandolo a riportare la dinastia Stuart sul trono d’Inghilterra. Da Londra fu proposto il trono al giovane erede, a patto di una sua conversione alla religione protestante; Maria Beatrice e il figlio rifiutarono con sdegno.
Maria Beatrice morì in Francia il 7 maggio 1718 e fu sepolta accanto al marito Giacomo II, ultimo re cattolico d’Inghilterra.
Ricordata dagli inglesi come Mary of Modena, Maria Beatrice è stata una regina dai grandi valori umani; una grande modenese protagonista nella storia d’Europa.

 

 

La porta del lambrusco

Il grappolo gigante di Lambrusco

Da sempre Modena è strettamente legata al vino Lambrusco; un binomio così forte a tal punto che, in antiche cartoline, la sua nera bottiglia è affiancata alla tanto amata torre Ghirlandina, l’altro simbolo dei modenesi.
Proprio per questo il Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi , nella sua attività di tutela e promozione, ha proposto e ideato, con la collaborazione della Camera di Commercio di Modena, una splendida opera artistica, simbolo di questo legame indissolubile.
Progettata e realizzata dall’artista modenese Erio Carnevali, l’opera è di notevole impatto e rappresenta un grande grappolo di uva lambrusco, con leggera inclinazione, alto dodici metri e largo all’incirca sei metri nella parte superiore. Sistemata in uno dei principali punti di accesso alla città, al centro della rotatoria tra via Vignolese e strada Nuova Estense, l’opera si compone di ben 240 acini di vetro soffiato prodotti da abili artigiani di Murano, tutti di diverso diametro e forma, completano la creazione le grandi foglie di rame, di varie dimensioni,  che ricordano le tinte dell’autunno nella campagna modenese. I colori degli acini rispecchiano la naturalezza dell’uva ma propongono anche trasparenze che, in particolari momenti della giornata, assumono sfumature e riflessi tali che rendono tutta l’opera leggera e carica di emozioni.
Un grande grappolo per ricordare un vino unico al mondo che sta ottenendo enorme successo e per valorizzare un territorio e i suoi abitanti fortemente legati alle proprie tradizioni e ai suoi prodotti di eccellenza; questa è la Terra del Lambrusco!

La fotografia è stata messa a disposizione dal Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi

Il castello di Formigine

Il castello di Formigine

Le prime notizie certe del castello di Formigine sono quelle riportate dallo scrittore Ludovico Antonio Muratori nella “ Raccolta degli Storici Italiani “,  in cui narra che il Comune di Modena, per presidiare il confine con Reggio Emilia, nel 1201 costruisce a Formigine un castello a protezione del territorio. Proprio per la sua posizione geografica,  Formigine era un importante crocevia di risorse idriche, con una fitta rete di canali che permettevano il collegamento tra il fiume Secchia e la città di Modena.
Probabilmente però già agli inizi del medioevo esisteva una struttura fortificata situata in un luogo diverso e di cui si sono perse le tracce. Recenti scavi hanno messo in luce che, dove ora sorge la maestosa rocca, nel X secolo si trovava una piccola e antichissima pieve dedicata a San Bartolomeo con annesso cimitero, testimonianza dell’ insediamento di una comunità formiginese.
Con l’arrivo della casata degli Adelardi e di Azzo da Castello,  la struttura originaria duecentesca del castello venne modificata. Un ulteriore cambiamento si ebbe, nel Quattrocento, durante il dominio dei Pico trasformando definitivamente il castello dalla sua funzione militare a dimora nobile, come ora ci appare nella sua bellezza. Entrati dal sempre suggestivo ponte ex- levatoio è possibile ammirare, accanto alla antica rocchetta medievale, il palazzo marchionale, che fu dimora dei signori di Carpi e la torre dell’orologio, ex sede pubblica del governo. All’interno della cinta muraria si può ammirare un grande parco. Con la morte, nel 1599, dell’ultimo erede di casa Pio, il castello passò alla famiglia d’Este, che lo cedette nel 1648 al marchese Calcagnini , un funzionario ducale. Con le vicende napoleoniche il castello venne requisito nel 1796 dal Demanio Pubblico e solo nel 1811 venne restituito al marchese Calcagnini ad eccezione della torre dell’orologio, della rocchetta e delle prigioni che rimasero comunali. Nella prima metà del Novecento il castello rimase abitazione estiva dei marchesi Calcagnini poi dei loro eredi i conti Gentili. Nell’aprile del 1945 durante un bombardamento crollò la volta del sotterraneo della torre dell’orologio, adibito a rifugio antiaereo, morirono venti persone tra cui i proprietari; rimase miracolosamente illesa la loro figlia di quattro mesi Maria Alessandra, rimasta ancora oggi l’ultima discendente vivente dell’antichissimo casato Calcagnini d’Este. Nell’immediato dopoguerra l’Amministrazione comunale ha acquisito l’intero complesso adattandolo inizialmente a sede municipale. In seguito al trasferimento degli uffici pubblici in altra sede è stato possibile un attento e lungo restauro di recupero e valorizzazione della storica struttura.

Attualmente il castello di Formigine è ritornato all’antico splendore; è sede di un museo e Centro di documentazione e da diversi anni ospita eventi culturali prestigiosi utilizzando anche il suo magnifico parco secolare.

 

Enzo Ferrari di Simone Marcuzzi

Una bella immagine di Enzo Ferrari, uno dei simboli di Modena

Simone Marcuzzi ( Pordenone, 1981 ) ha pubblicato la raccolta di racconti ” Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele “ ( Zandegù, 2006 ) e il romanzo “Vorrei star fermo mentre il mondo va “ ( Mondadori, 2010 ) vincitore del premio Zocca Giovani 2011.
Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge.
L’omaggio ad Enzo Ferrari è tratto dalla sua ultima opera, appena pubblicata,
” 10 italiani che hanno conquistato il mondo  ” ( Laurana editore, 2011).

 

La storia del successo professionale di Enzo Ferrari ha tratti di somiglianza con altre avventure di conquista del mondo industriale che si stava facendo. E’ pioneristica, suggestiva, letteraria.
In gioventù Ferrari si dedica alla carriera agonistica come pilota e la porta avanti con alterna fortuna – e con una pausa intermedia a causa di una forte depressione – dal 1919 al 1931 ( anno di nascita del suo primo figlio Dino ). Già nel 1929 capisce però la sua vera ambizione e apre la scuderia Ferrari, squadra corse collegata all’Alfa, di cui faranno parte tra gli altri Nuvolari, Varzi e Campari. Nel 1938 Ferrari viene nominato direttore sportivo della casa milanese, ma l’esperienza è breve, i rapporti con il direttore generale sono complicati e lo portano a lasciare l’incarico e tornare nella sua Modena, dove fonda l’Auto Avio Costruzioni.
Costruisce motori di vario genere, macchine utensili, ma non auto, perché un impegno contrattuale con l’Alfa gli impedisce per quattro anni di lanciare vetture denominate Ferrari. Arriva la guerra, il necessario trasferimento a Maranello e, nel 1947, la nascita della Scuderia Ferrari come ragione sociale con la vendita dei primi esemplari, sette.
La Ferrari partecipa da subito alle corse e al nascente Campionato Mondiale di Formula 1 ( prima edizione nel 1950, è l’unica scuderia ancora attiva ad avervi partecipato ). Nel 1951 per la prima volta un pilota Ferrari, Gonzales, batte un’ Alfa. La leggenda è appena agli albori, nel 1952 Alberto Ascari vincerà il titolo mondiale, subito replicato l’anno successivo, e molti altri ne verranno, ma ciò che differenzia Enzo Ferrari dalla maggioranza dei cavalieri dell’industria sta tutto nella frase di emozioni contrastanti pronunciata dopo la prima vittoria di Gonzales. “ Ho ucciso mia madre “, dice piangendo di gioia, riferendosi all’Alfa, cui doveva la sua esperienza e preparazione.
Quei tempi d’oro appaiono oggi molto distanti.
L’unico a dimostrare vera indifferenza al fascino Ferrari è proprio chi gli ha ceduto il nome ( a convincere Enzo Ferrari, orientato a chiamare la prima macchina tutta sua Mutina, è l’amico avvocato Enzo Levi. “ Giacchè ti senti così convinto di riuscire devi darle il tuo nome “ ).
Ecco il punto. Enzo Ferrari è fondamentalmente un uomo triste, quasi pessimista.
Definisce la vita “ un ansimante cammino “ e la paura “ tutto ciò che ci circonda”. Si concede poco alla vita mondana, non frequenta locali pubblici, teatri, circoli, cinema, guadagnandosi la fama di uomo inattaccabile e “ abbastanza strano “. Pensa di aver avuto tante cose sproporzionate ai suoi meriti e di essere stato privato di sentimenti consolatori, di affetti essenziali che, potendo scegliere, avrebbe anteposto a qualsiasi altro risultato. La morte in effetti gli cammina al fianco da molto presto: il padre, lavoratore instancabile che gli insegnerà l’importanza dell’ordine e delle annotazioni, muore all’alba del 1915 per una bronchite diventata polmonite. Nel 1916 tocca al fratello Alfredo, colpito da una malattia incurabile. Nel 1917 Enzo viene arruolato nell’artiglieria alpina, si ammala due volte di pleurite e trascorre giornate interminabili a spiare dalla finestra un mondo all’improvviso distante e nottate angoscianti ad ascoltare il suono delle casse da morto di chi non ce l’ha fatta che vengono inchiodate.
Anni dopo, nel 1956, muore anche il figlio Dino, ingegnere laureato in Svizzera e suo interlocutore preferenziale in azienda. Durante la sua malattia, Enzo ammetterà in seguito di aver meditato il suicidio. Persino quando la vita tenta in qualche modo di sdebitarsi Ferrari si dimostra impreparato alla felicità. Nel 1960 l’università di Bologna gli conferisce la laurea honoris causa in ingegneria e il sentimento prevalente durante la cerimonia è l’imbarazzo, al pensiero che lo stesso riconoscimento era andato a Guglielmo Marconi, uno dei più grandi geni del secolo.
Enzo Ferrari non è uomo da celebrazioni.
Va in ufficio anche la domenica, fino alle 13, viaggia poco per seguire le corse, sconsigliato dalla cronica paura dei treni, degli aerei e degli ascensori ( dimostrando così una fiducia nella tecnica bizzarra e selettiva ), e non si concede mai ferie: le più belle vacanze sono quelle in officina. Solo, tormentato, sembra lottare per dare forma alla bellezza che gli è stata negata nella vita, in un desiderio di riscatto troppo impegnativo da sostenere e tramandare ( “ Preferirei il silenzio, se potessi direi : dimenticatemi. Quello che ho fatto, l’ho fatto solo per me, e se qualcuno ne ha ricavato beneficio, mi tranquillizza, ma non si è trattato di una conseguenza. Il punto di partenza era una faccenda del tutto personale “, confida in un’intervista a Enzo Biagi ).

La cripta di San Geminiano

La tomba di San Geminiano

Situata proprio dietro l’altare maggiore, scesi pochi gradini, ecco la cripta del Duomo; un luogo particolarmente caro a tutti i modenesi. E’ dal 30 aprile del 1106 che in questo luogo riposano le sacre spoglie di San Geminiano, il santo patrono considerato il vero simbolo di Modena.
La cripta è una vera e propria chiesa sotterranea a nove navate rimasta inalterata dal momento della sua costruzione avvenuta tra il 1099 e il 1106; solo la parte con il sepolcro del Santo ha avuto modifiche nel 1700. Il soffitto è a volte, sorretto da 32 colonne sormontate da capitelli in stile romanico-bizantino, tutti differenti per forma e dimensioni, realizzati in parte dallo scultore Wiligelmo e dalla sua scuola. In essi sono rappresentati tanti simbolismi medievali come foglie, intrecci a canestro, leoni, animali fantastici, e storie della cristianità.
Nella cripta, sul lato destro, si trova un gruppo di terracotta dipinta ad opera di Guido Mazzoni eseguito nel 1480 che rappresenta la Sacra Famiglia a grandezza naturale. Tale opera è chiamata Madonna della pappa, perché si può notare che una delle figure presenti soffia su una ciotola che contiene la pappa per il divin bambino.
Spostandoci al centro ecco un piccolo altare  e proprio dietro è collocato  il sarcofago di marmo scavato, sostenuto da cinque piccole colonnine romaniche, ove riposa il corpo del Santo.  Geminiano, vescovo di Modena,  morì il 31 gennaio 397 e venne deposto proprio in questo sarcofago con gli oggetti a lui più cari ovvero il pallio e un piccolo altare portatile di pietra dove celebrava l’Eucarestia nei suoi viaggi.  Alla riapertura del sarcofago avvenuta nel 1106 alla presenza di Papa Pasquale II e della contessa Matilde di Canossa, quest’ultima prelevò la Sacra pietra e la fece impreziosire con fine opera di cesello. L’Altarolo di Modena è l’unico esemplare che sia rimasto in Italia ed è custodito nel vicino Museo, attiguo alla Cattedrale.
Il  31 gennaio di ogni anno, festa del Patrono, la lapide di copertura della tomba viene rimossa per la tradizionale devozione delle povere spoglie del Santo di tutti i modenesi, da sempre molto legati alla sua figura ed alla sua protezione.

Il prosciutto crudo di Modena

Il prosciutto crudo di Modena

Nelle terre di Modena, come in tutta la Pianura Padana, l’allevamento del maiale risale a tempi molto lontani; infatti è a partire dall’età del bronzo che l’amico quadrupede ha iniziato a dimorare in queste zone e a renderne felici i suoi abitanti. I primi documenti testimoniano che le popolazioni celtiche furono le prime a praticare la conservazione della carne sotto sale; gli Etruschi e gli stessi Romani amavano particolarmente i banchetti con le saporite carni del maiale. Non stupisce quindi che la tradizione sia proseguita nei secoli facendo diventare Modena e la sua provincia la capitale assoluta della lavorazione delle carni suine con una spiccata vocazione per l’arte salumiera; a Castelnuovo Rangone si può ammirare un inedito monumento al maiale  considerato simbolo anche del benessere economico di tutta la zona.

Il prosciutto crudo di Modena rappresenta uno dei prodotti enogastronomici più pregiati della provincia modenese. E’ ottenuto dalla lavorazione e stagionatura delle cosce posteriori fresche di suini di razza bianca pregiata, selezionati e controllati fin dalla nascita.

La zona di produzione del Prosciutto di Modena corrisponde alla fascia collinare ed alle valli che si sviluppano attorno al bacino oro-idrografico del fiume Panaro e che partendo dalla fascia pedemontana non supera i 900 metri di altitudine, comprendendo anche i territori delle province di Bologna e Reggio Emilia.

Dal 1990 il prosciutto di Modena ha ottenuto il riconoscimento della Denominazione di Origine Protetta; un risultato importante per la tutela da frodi ed imitazioni, garantito da un attento disciplinare che lo segue in tutte le fasi della lavorazione.

Il suino deve essere nato, allevato e macellato in determinate regioni italiane secondo regolamenti ben precisi che ne stabiliscono anche alimentazione e metodologie di macellazione. Il maiale ritenuto idoneo deve essere all’incirca di 160 kg di peso vivo.  Normalmente le cosce fresche hanno un peso di circa kg. 11 – 12, per raggiungere un peso del prosciutto a fine stagionatura pari a 8 – 9 kg. La lavorazione del prosciutto di Modena inizia con la rifilatura della coscia fresca, con l’eliminazione del grasso in eccesso e di parte delle cotenne. Il prosciutto assume così la sua forma caratteristica a pera, pronto per iniziare la fase della salatura, ovvero cosparso di comune sale ( cloruro sodio ). Una buona salatura conferirà un equilibrato sapore sapido ma non salato. Normalmente la salatura viene ripetuta 2 volte prima di dare al prosciutto il meritato riposo in apposite stanze a temperatura ed umidità controllata per circa 60 giorni, il tempo necessario per l’assorbimento omogeneo del sale.

Conclusa questa fase il nostro giovane prosciutto viene lavato, asciugato e riposto in ambienti particolari per la stagionatura conclusiva che dura almeno 12 – 14 mesi. Durante questa fase avviene anche la “ sugnatura “ o stuccatura ovvero la copertura delle parti scoperte del prosciutto con la sugna, un preparato a base di strutto, sale, pepe e derivati di cereali che ha lo scopo di proteggerlo dagli agenti esterni. Solo a conclusione di questa ultima fase avverrà la marchiatura a fuoco, sulla cotenna, con il sigillo del Consorzio di Tutela e con un numero corrispondente alla azienda produttrice, il tutto per garantire la rintracciabilità del prodotto stesso in nome di una elevata qualità.

 

Le citazioni dei grandi modenesi

Il centro di Modena

“ La roba da mangiare l’ha inventata il Padre Eterno, noi dobbiamo soltanto cuocerla,
tutt’al più possiamo insaccare la carne di maiale e impastare la farina. “
Telesforo Fini

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“ Mi  ritengo peggiore degli altri, ma non so quanti siano migliori di me. ”
Enzo Ferrari

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” Chi sa fare la musica la fa, chi la sa fare meno la insegna,
chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così la critica. ”
Luciano Pavarotti

La Bibbia di Borso d’Este

La Bibbia di Borso d'Este riprodotta dalla Panini

 

L’arrivo della corte Estense da Ferrara, nel 1598, non portò solamente grande  prestigio politico per la città di Modena nuova capitale. La dinastia Estense, per fasto e magnificenza, non aveva nulla da invidiare alle altre corti rinascimentali europee e proprio per questo che arrivarono con essi anche le loro grandi e ricche collezioni d’arte, a cominciare dalla Biblioteca Estense.

Questa importante raccolta comprende rari manoscritti, libri miniati e preziosi codici che ancora oggi sorprendono per la loro bellezza e raffinatezza tra i quali la famosa Bibbia di Borso d’Este, riconosciuta come un capolavoro assoluto del Rinascimento italiano.

L’opera, commissionata dal principe Borso, si compone di 1200 pagine in due volumi di pergamena conciata a Bologna e realizzata tra il 1455 e 1461 a Ferrara da i migliori miniaturisti del tempo quali Taddeo Crivelli e Franco dei Russi della scuola ferrarese.

Le sue pagine si caratterizzano per una grande ricchezza di immagini splendidamente colorate, decorazioni e cornici di ogni genere che avvolgono il testo in un connubio di assoluta bellezza. Il testo è scritto nel carattere gotico su due colonne dal calligrafo milanese Pietro Paolo Moroni. Da non dimenticare i tanti simbolismi presenti nell’opera completata dalla presenza di numerosi motivi mitologici e araldici strettamente legati alla casata Estense.

Con la fine del dominio estense nel 1859, i volumi seguirono la corte di Francesco V a Vienna. Finita nelle mani di un antiquario parigino, la Bibbia fu acquistata nel 1923 dall’industriale Giovanni Treccani, il padre della famosa enciclopedia italiana, per la somma stratosferica di 5 milioni delle vecchie lire e donata allo Stato Italiano che ne decretò il ritorno a Modena fra tante polemiche e  invidie di Ferrara e Roma che ne reclamavano il possesso. Da allora la Bibbia di Borso d’Este è custodita tra i tesori della Biblioteca Estense proprio come ai fasti di Modena capitale.

Recentemente la Franco Cosimo Panini Editore ha riprodotto in maniera pressoché perfetta questa straordinaria Bibbia in una pregiata edizione a tiratura limitata.

Il Parco dei Sassi di Roccamalatina

Panorama dei Sassi di Roccomalatina

Arrivati a Vignola, dove si consiglia una breve sosta sia per la bellezza della sua Rocca che per la squisita torta Barozzi, si attraversa il ponte sul fiume Panaro proseguendo in direzione Zocca – Guiglia.

Da un paesaggio di pianura si passa ad un panorama sempre più dominato da dolci colline : eccoci entrati nel Parco Regionale dei Sassi di Roccamalatina.

Il Parco interessa una superficie di circa 1119 ettari ed è situato nei comuni di Guiglia e Marano sul Panaro. Dal fondovalle del Panaro, l’area protetta risale il versante destro del fiume tutelando un importante paesaggio collinare su cui svettano le affascinanti e severe rupi arenacee dei Sassi. Con i suoi 567 mt, il ” SASSO DELLA CROCE ” è la più alta delle guglie rocciose. Nei giorni festivi al visitatore curioso e coraggioso è permesso salire fino alla cima attraverso un sentiero attrezzato con funi e scalette per facilitarne la percorrenza. Giunti in cima è possibile ammirare l’intero parco e , in giornate limpide, anche le più alte vette appenniniche.
Passeggiando lungo i sentieri del Parco si nota una grande varietà di ambienti naturali che fanno da cornice alla romanica Pieve di Trebbio e a numerosi piccoli borghi di origine medievale quali Castellino delle Formiche e Castellaro.
I colori del paesaggio variano, come per magia, a seconda delle stagioni naturali. Prati e boschi, dolci colline e arcigne rocce si alternano in un panorama davvero incantato dove trovano dimora antichi castagni, querce, faggi e mirtilli. Grande anche il patrimonio di specie animali quali caprioli, volpi, scaiattoli, tassi, istrici. Nei freschi ruscelli è possibile trovare anche i rari gamberi di fiume. Notevole anche il patrimonio di rapaci e uccelli quali il falco pellegrino, la poiana, l’allocco.
Lo stretto legame tra uomo e territorio è sancito anche dallo straordinario patrimonio enogastronomico locale partendo proprio da castagne, marroni e i prodotti del sottobosco fino ad arrivare alle ciliegie della vicina Vignola. Come tutto in tutto l’Appennino modenese , nelle trattorie tipiche del luogo si possono trovare le gustose crescentine ( tigelle ) , i borlenghi, ottimi salumi e formaggi locali a partire dal Parmigiano-reggiano di montagna. Il rosso Lambrusco e i vini dei colli bolognesi completano un menù davvero unico ed indimenticabile!

Il Parco è visitabile tutto l’anno ma certamente sono autunno e primavera le stagioni più indicare per goderne appieno la spettacolarità.

Le tappe di partenza sono: il Centro Visitatori del Borgo dei Sassi, il Centro visitatori di Samone e il Centro Parco ” Il Fontanazzo ” di Pieve di Trebbio.